venerdì 29 maggio 2020

EPISODIO 38 - TENSIONI DELLA VIGILIA



Alla prima ora del dieci di giugno, in venerdì, il sole indorò le pietre del castello di Poppi. Dall’unica finestra aperta sul muro orientale la luce del mattino penetrò nel salone al primo piano, allungando una scia sul pavimento e sul tavolo centrale. Le pareti affrescate, la travatura del soffitto, il legno delle cassapanche e la pietra del grande camino assunsero un’aura diafana, quasi sacra.
Mauro però, chiamato alla riunione dei Capitani dell'oste ghibellina, vi trovò un’atmosfera tuttaffatto diversa. Come a Bibbiena, colse troppa tensione in quei volti.

Cupo in un angolo, il Podestà Guido Novello tormentava il pomolo della propria spada. La sera prima, in quella stessa sala, un indovino gli aveva espresso infausti presagi. Il fatto è che l’indomani Giove, cioè il partito guelfo, avrebbe dominato il cielo, mentre Saturno, che rappresentava i ghibellini, si sarebbe trovato in basso, in una zona che gli antichi indicavano come la fine della vita, in perfetta quadratura al Sole, a significare la perdita del potere. In più la stella Antares sarebbe sorta sull’orizzonte orientale di Campaldino, proprio dal lato dell’oste ghibellina, portatrice di violenza e morte.
Guido Novello aveva messo a parte gli altri di questi segni, ricevendone però soltanto mugugni e commiserazione.
«San Donato varrà più di un indovino!» gli aveva opposto Buonconte con una logica inconfutabile, che suonava rimprovero alla poca fede degli Aretini nel loro santo patrono.
Tarlato fu meno diplomatico: «Ricordo al Podestà che se siamo qui è soprattutto per lui!»
«Per Arezzo» lo corresse Guglielmino «e per i nostri valori».
Ma Tarlato non era disposto a farsi zittire ancora: «Non è questo! Dite: siete saliti sulla torre?» La collera gli andava trasformando i lineamenti, già di suo spigolosi. «Io ne sono appena sceso e vi dico che il luogo scelto per la battaglia non mi piace per niente»
«Certo la piana non è grande» confermò Guglielmo Pazzo.
«Ma siete ciechi? O non avete guardato nemmeno un istante verso Borgo alla Collina?» Il Tarlati era una furia: «I Fiorentini son così tanti che in pochi minuti le due osti affolleranno il campo. E come giostreremo, allora? In quali spazi metteremo al galoppo i destrieri? Che volteggi inventeremo, stretti nella ressa? In che modo daremo slancio al cavallo per superare i palvesi, travolgere i pedoni o scompaginare i balestrieri?»
Il ragionamento non faceva una piega. La vittoria era affidata ai cavalieri: ognuno di loro era una perfetta macchina da guerra, capace di travolgere decine di pedoni e di scardinare la più compatta formazione di berrovieri o di abbattere intere formazioni a cavallo. Ma l’abilità la forza l’esperienza dei cavalieri ghibellini avevano bisogno di spazio. Come dopo ogni tiro di balestra occorre tender la corda, incoccar la quadrella e ritrovar la linea di puntamento, così ogni assalto si fa alla carica, e si colpisce si piroetta s’impenna si giostra si schiva si scarta, e ci si allontana. Poi si carica di nuovo, e daccapo si affonda si travolge si fedisce, e poi ancora un attacco, e un altro, ogni volta seminando morte e terrore. Ma guai a farsi imbrigliare, permettere che ti stringano in una morsa o ti chiudano in un cerchio d’aste lunghe, guai a lasciarsi fermare o peggio sbalzar da cavallo: nel corpo a corpo il numero, alla fine, vince sul valore, e il coraggio o la forza non bastano più.
Eran tutti muti quando entrò Mauro, e tesi.
«Il primo assalto» sentenziò il Vescovo mentre faceva cenno al giovane di avvicinarsi, «sarà decisivo. Se sfonderemo si disperderanno, se arriveremo alle insegne fuggiranno, se uccideremo il sire di Narbona avremo vinto»
«Già» incalzò Tarlato, «ma perché costringerci a questo? Perché non affrontarli nella lunga piana che abbiamo percorso ieri giungendo da Bibbiena? Lì le nostre scorrerie avrebbero potuto esser due tre dieci cento, tante quante ne avrebbero rette le nostre braccia e i garretti dei destrieri!» Puntando l’indice alle finestre che affacciano sul lato opposto a Campaldino, guardò truce Guido Novello. Nessuno poteva dargli torto. Se si era scelto di combattere tra Certomondo e Borgo alla Collina era solo per non lasciare il castello del Podestà dal lato dei nemici e quindi in loro balìa prima dello scontro. Se Bibbiena era cara a Guglielmino, Poppi lo era ai Guidi e senza di loro non si dava possibilità di successo. Non v’era dunque altra scelta ma proprio per questo i timori del conte davano sui nervi agli altri.
Guido Novello abbandonò il salone, convinto che non si potesse far ragionare quei guerrieri avvezzi a discorrer solo di strategie d’attacco. Si sentiva saggio, lui, uno che non va a battere il capo dove potrebbe romperlo, uno che alla propria età crede sia meglio riflettere che agire, mettere in campo la prudenza prima della spada, e soprattutto uno che non sfida la sorte. Mauro ripensò alle parole che gli aveva udito pronunciare per via.
«Sarebbe meglio non fosse dei nostri» imprecò Tarlato voltandosi alla finestra.
«Comanderà la riserva» tagliò corto Guglielmino.
«E speriamo di non averne bisogno» commentò il Pazzo.

Se poco prima il Tarlati, scrutando la piana e i rilievi che la chiudono a settentrione, oltre a notare il movimento intorno a Borgo alla Collina, l’animazione tra le tende, i fumi dei bivacchi e la polvere levata dai drappelli a cavallo, se avesse potuto spinger l’occhio fin dentro il padiglione di Aimeric di Narbona, vi avrebbe visto riuniti nello stesso momento i Capitani fiorentini.
Se le sue orecchie, oltre al fracasso lontano di armi, al vociare incessante che gli giungeva come lo stormir di libeccio tra il fogliame d’una quercia, ai comandi secchi che la distanza rendeva come schiocchi di rami spezzati, se avessero potuto udire i discorsi che in quel padiglione si facevano, vi avrebbe sentito parlar di strategia alla stregua di quanto avveniva nel salone sotto di lui, e però in termini affatto diversi e addirittura contrari.
Nella tenda del comando fiorentino, davanti al sire di Narbona e al suo balio Guillaume de Durfort stavano in piedi Maghinardo da Susinana, signore di Imola e Faenza, Corso Donati, Vieri dei Cerchi, Gherardo dei Tornaquinci, Barone dei Mangiadori e i Capitani dei sestieri, insieme al Podestà di Firenze e ai comandanti alleati.
E c’era pure Rinaldo dei Bostoli. Nei giorni di marcia dura verso il passo della Consuma il suo rancore s’era risvegliato e bruciava ogni ora di più, l’ansia di vendetta aveva ripreso a divorarlo, la via gli pareva troppo lunga, e troppo lenti i passi dell’esercito. Alla fine la sua impazienza aveva trovato sfogo in una sorta di tic che gli faceva muovere il collo a scatti e spingere ripetutamente la spalla sinistra verso il mento. Gli anni avevano intestardito la passione per la bella Ippolita, ed era per lei che avrebbe vinto o sarebbe morto.
Stava parlando Barone dei Mangiadori: «Io consiglio d’aspettarli a piè fermo. La battaglia non si vincerà attaccando ma lasciandoli venire avanti. Fateli sfogare, reggete l’urto, non vi scomponete, e saranno vostri». Parole strane, per un cavaliere, e che assurde suonarono alle orecchie degli altri.
«Stare fermi?» reagì Corso Donati. «Le masnade stanno ferme! I pedoni aspettano la carica del nemico. È con loro forse che pensate di riportar vittoria? Credete che l’accozzaglia di pezzenti che a malapena abbiamo condotto fin qui possa aver ragione della potenza dei feditori aretini, o che le grasse rotondità dei nostri mercanti respingano la furia dei destrieri?» I suoi occhi girarono sui presenti: «Non avete udito la proposta?»
I Capitani guardarono Barone, che però li ignorò, rivolgendosi invece all’anziano Durfort: «I tempi son cambiati. La guerra non è più un certame tra gentili cavalieri che si affrontino con rispetto. Oggi si devono tenere i piedi per terra»
«E credete di vincere senza attaccarli? Che avete in mente, eh? Che c’è dietro a quest’idea balzana? Pensate forse ad un finto scontro, ad una battaglia mancata? Per san Giovanni, dite la verità ai Capitani! Voi state ancora trattando con l’Ubertini!»
Barone insisté, paziente: «La nostra forza è il numero: siamo di più e la piana non è vasta, e perciò li aspetteremo e li imbriglieremo nella nostra rete. D’altra parte, a quale scopo abbiamo condotto al campo tanti mercanti e straccioni, come li chiama il Donati?»
Corso voleva replicare, ma Guillaume lo anticipò per comunicare ad Aimeric la sua opinione: «Mi pare, Sire, che il nobile dei Mangiadori abbia ben valutato la situazione, e che sia saggio seguirne il consiglio». Tanto bastò per togliere spazio alle rimostranze. Al furioso Donati, incapace di accomodamenti, non restò che lasciar la tenda imprecando contro tutti, Francesi e Fiorentini, e meditando di abbandonare addirittura il campo: «Facciano a comodo loro!» lo sentirono urlare scalciando la polvere.
«Non se ne andrà» valutò pacato Guillaume, «non è uomo da lasciar l’impresa. Piuttosto da disfarla. Propongo che gli venga assegnata la riserva, con l’ingiunzione di non intervenire in battaglia se non richiesto, pena la testa».
Riprese a parlare Barone, chiedendo che si mandassero squadre con pale e picconi a preparare il campo. Rinaldo, preso congedo, si fermò appena fuori del padiglione ad osservare il teatro dello scontro e il profilo di Poppi là in fondo. Al punto in cui erano le cose, non gli sembravano possibili nuove trattative: «Se il Cielo sarà propizio, domani tornerò alla mia terra, riprenderò le case ed avrò la donna che amo». Un lampo attraversò gli occhi chiari: forse Boso era nel campo nemico.

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