venerdì 8 maggio 2020

CAPITOLO 27: SCONTRO SULLA STRADA PER QUARATA


Nel pomeriggio chiaro di lunedì 6 di giugno la mente di Nerone non conservava traccia delle titubanze, delle incertezze e della vertigine seguita alla liberazione di Arezzo. Avanzava sulla Cassia Antica verso Quarata, fiero in sella e l’archibugio a tracolla. Dietro di lui i giovani aretini accorsi alla sua chiamata, qualcuno a cavallo, spada nel fodero e lancia in pugno, i più a piedi e dotati solo di picca o bastone, come s’usava un tempo, ma tutti chiassosi e spavaldi, sospinti dall’entusiasmo per una riscossa finora inattesa ed ora improvvisamente possibile. Al suo fianco, ancor più fiero di lui, il giovane Baccio.

Come spesso accade, i fatti avevano spazzato via i dubbi. Conquistata la libertà, ora si trattava di difenderla con le armi. Nerone non avrebbe mai pensato ad una reazione tanto rapida dei Fiorentini: appena due giorni dopo la presa del Palazzo dei Priori le loro truppe erano già a Quarata, un borgo a neppure quattro miglia dalla città, da sempre amico della Dominante. E Vitellozzo ancora non si vedeva. Per fortuna il giorno prima erano arrivati almeno i suoi Capitani, quel Burchio, un aretino famoso per essersi fatto un nome lontano dalla sua terra, e suo figlio che ne seguiva le orme.
In città era corsa voce che a capo delle genti fiorentine ci fosse nientemeno che il Commissario Generale dell’esercito, Antonio Giacomini, per tutti il Giacomino. Evidentemente la rivolta aveva messo loro paura.
I Capitani di Vitellozzo non ci misero molto a decidere. Gli Aretini s’erano impadroniti della città, ma restavano saldamente in mano nemica le due fortezze cittadine, vale a dire la Cittadella e il forte di San Clemente, costruito sulla Porta che guardava verso Quarata. Loro avevano per ora solo i centocinquanta cavalli mandati da Vitellozzo, e restando in città sarebbero stati schiacciati prima dell’arrivo di qualsiasi soccorso. D’altra parte i Fiorentini non potevano aver messo insieme troppa gente, in così poco tempo, e per di più non conoscevano la consistenza delle forze aretine: uscendogli incontro li avrebbero colti di sorpresa.
In tarda mattinata Burchio convocò Nerone: «Radunate quanti più fanti vi riesce, e procurate trombetti, e scudi e pentole, e quello che volete, purché faccia chiasso. Ho saputo che hanno intenzione di entrare in città domattina per la Porta di San Clemente, ma noi li anticiperemo. Oggi stesso, all’ora nona, usciremo per andare a stanarli. Per via vi spiegherò il piano».
«Ma così non mi date che poche ore di tempo!»
«Preferite trovarveli sotto le mura? Conosco il Giacomino, e c’è un solo modo per batterlo: usare la testa»
Nerone voleva replicare.
«Fidatevi! E datevi da fare!»
Quando le campane di città dettero il rintocco di nona, una folla di giovani usciva dalle mura dietro ai cavalli di Burchio.
«Allora, questo piano?» Sul corpetto imbottito e sulla cotta lunga di maglia, all’antica, Nerone indossava la sopravveste col cavallo nero e il motto sul piccolo cane che tiene a bada il cinghiale.
«Tra un po’ i vostri ragazzi si fermeranno e andremo incontro al Giacomino solo con i cavalli »
«Ma…»
«Niente ma. Soltanto se ci vedranno in pochi lasceranno il castello di Quarata ed accetteranno battaglia. Quando li avremo di fronte daremo il segno dell’assalto e i vostri avanzeranno, facendo parecchio rumore. Dovranno allargarsi e sollevare un polverone. I Fiorentini crederanno d’aver di fronte l’intero esercito di Vitellozzo e si pisceranno sotto».
Burchio spronò il cavallo. Davanti a loro un mezzo miglio, lungo la via diritta, c’erano tre case, luogo detto la Querciola per la presenza d’un albero isolato, un ombroso gigante che doveva esser modesto quando dettero nome al posto. In fondo alla piana, il castello di Quarata era quasi coperto alla vista dalla polvere dei Fiorentini che abboccavano all’esca.
Raggiunte le case, Burchio arrestò il suo improbabile esercito e fece un cenno a Nerone: «Siete l’unico con l’artiglieria. Avete intenzione di usarla?»
Nerone smontò. Intorno gli si fece silenzio.
«Perché smontate?»
«Non vorrete che spari stando a cavallo!»
Burchio rise, senza dargli spiegazioni: «Va bene, ma spicciatevi, sennò quelli arrivano prima che siate pronto».
Nerone si sfilò l’archibugio dalle spalle, ne aprì lo scodellino, vi svuotò la polvere fine d’uno dei dosatori di legno che gli pendevano dalla tracolla. Con gesti sicuri richiuse il coperchio, appoggiò a terra il calcio dell’arma, infilò dalla canna la polvere grossa e poi una delle palle che teneva nel sacchetto legato alla cintola. Una buona pressione con la bacchetta di legno spinse il proiettile in fondo alla culatta e compresse a dovere la polvere. Poi riportò l’arma sotto il braccio, in posizione orizzontale, trasse dal sacchetto l’acciarino e vi sfregò sopra la pietra focaia. L’estremità della miccia che pendeva dalla serpentina, impregnata di salnitro, s’accese subito. Un filo sottile di fumo si levò dalla corda.
Nel frattempo i cavalieri di Burchio s’erano schierati. I Fiorentini avanzavano, non più lontani di cento, centoventi passi al massimo. Il dito di Nerone carezzava la leva sul coperchio dello scodellino, la miccia bruciava bene, lentamente. Portò il calcio alla spalla e la gamba sinistra avanti, per bilanciare il rinculo. Molti appoggiavano la lunga canna su una forcella puntata a terra, per meglio sostenere il peso dell’arma, ma a Nerone quell’aiuto non serviva.
Il nemico era ad un’ottantina di passi. Su, venite avanti, ancora un po’, ecco, così… Era calmo. Riaprì il fornello e tirò il grilletto. La serpentina s’abbassò e la fiammata partì, improvvisa come un lampo. Poi, con la potenza del tuono, l’esplosione della polvere grossa scagliò in avanti il proiettile con forza devastante. Per il contraccolpo la spalla di Nerone ebbe uno scatto, ma lui restò ben saldo ad osservare la traiettoria della palla verso lo schieramento nemico. Centro! Un cavaliere, disarcionato, stramazzò.
«All’attacco! Avanti! Avanti!»
Scaricando la tensione accumulata durante i preparativi di quell’unico tiro d’archibugio, i cavalli di Burchio si lanciarono contro i Fiorentini mentre, dietro, i ragazzi d’Arezzo urlavano e si davano a corsa, sollevando il polverone d’un intero esercito.
Lo scontro fu questione di minuti. Usciti da Quarata pensando d’andare contro ad un manipolo di temerari, i cavalieri di Firenze si disorientarono subito e si sbandarono, rinculando dapprima per poi fuggire disordinatamente. Alla fine lasciarono sul campo alcuni morti, diversi feriti e una ventina di prigionieri nelle mani degli Aretini, i quali da parte loro contarono due sole perdite.

A giudicar dall’ombra che proiettavano sul terreno davanti a loro, non erano passate neanche due ore da quando erano usciti dalla città, e già vi tornavano da trionfatori.
Burchio allungò una pacca sulla spalla di Nerone che cavalcava al suo fianco: «Visto? Erano molti più di noi, non meno di quattrocento certamente, ma son caduti nella nostra trappola»
«Non mi pare d’aver visto il Giacomino, tra loro»
«Che v’importa!? Li abbiamo messi in fuga ed è quello che conta! E se non vi basta, provate ad immaginare cosa succederà all’arrivo di Vitellozzo con tutte le Compagnie!»
«D’accordo, come primo giorno non c’è male»
«A proposito: complimenti per la mira!»
Ad esser sincero, Nerone aveva puntato quello che pareva il Comandante, due cavalieri più a mancina, ma non stette a sottilizzare e si guardò bene dal dirlo, tanto più che Burchio sembrava già pensare ad altro.
«Il giorno non è ancora finito. Lo sapete che si fa, ora? Si rientra in città per la Porta di San Clemente, l’unica che ancora non è nostra. Oggi mi sento fortunato».
Era proprio matto, accidenti, ma un matto che sapeva far la guerra. Per assalire il forte che difendeva la Porta di San Clemente ci voleva l’artiglieria, quella vera, cannoni o sagri che fossero, che però sarebbe arrivata, forse, con Vitellozzo. Ma alla Querciola s’era vinto e se Burchio diceva di andare a prendere San Clemente, San Clemente sarebbe stato nostro. Nerone si girò ai suoi e gridò: «A San Clemente!»
«Viva!»

Il castellano di San Clemente s’aspettava di veder arrivare le Compagnie del Giacomino con i prigionieri aretini. Ritrovarsi ora assediato, a parti esattamente invertite, lo gettava nello sconforto.
Non disponeva che d’un pugno di uomini, e soprattutto non aveva assolutamente viveri per pensare a resistere. Le due fortezze di Arezzo eran collegate da quello che chiamavano Corridoio Fiorentino, un camminamento protetto ed esterno alle mura, che permetteva di passare dall’una all’altra senza attraversare la città. Ma quelli riparati in fretta su alla Cittadella non eran neppure in grado di difendersi per sé, figuriamoci di portare aiuto a San Clemente, e da lì, per imboccare il Corridoio e rifugiarsi in Cittadella con gli altri, bisognava comunque uscir dalla Porta. Il castellano rimpianse di non averci pensato per tempo. Adesso era in trappola.
Sotto le mura Burchio aveva schierato gli uomini: «Coraggio, Nerone, andate a reclamare il forte per conto degli Aretini».
Non se lo fece ripetere: «Ehi, voi! Aprite la Porta ai vincitori!»
Silenzio.
«C’è il castellano?»
Ancora silenzio, rotto però quasi subito dalle grida d’esultanza d’una torma di donne e ragazzi che s’erano ammassati nello spiazzo interno alla Porta: qualcuno aveva portato in città la notizia della vittoria alla Querciola. Un fitto lancio di sassi prese di mira le feritoie del forte, mentre dalle milizie di Nerone, all’esterno, partì qualche tiro di balestra verso la merlatura.
Alla fine comparve sulla torre una bandiera col giglio di Firenze e la voce del castellano si fece sentire, cercando di sembrar sicura.
«In nome della Repubblica vi ordino…»
«Mostratevi, se siete uomo!»
«… Vi ordino di tornare a casa!»
«Arezzo è casa nostra. Aprite la Porta e consegnate il forte. Subito!»
Urla e minacce si alzarono dalla milizia.
Come si smorzarono, dall’altra parte si levò forte il coro delle donne.
«Libertà, libertà! Pane, pane! Palle, Palle!»
Il castellano fece capolino di fianco alla bandiera: «Cercate di ragionare!»
«Vengo su e ragioniamo!» La risposta di Nerone, gridata d’istinto, sorprese il castellano ma anche gli assedianti. Gli si fecero intorno in diversi per dissuaderlo, ma lui era già smontato, affidò l’archibugio a Baccio e s’avviò al massiccio portone.
«Veniamo su e ragioniamo!» Nofrio Roselli si ricordò allora d’esser tra i capi della rivolta e corse dappresso a Nerone.
Burchio, preso alla sprovvista, cercò almeno di fermare il Roselli: «Se vi prendono prigioni per noi si mette male».
«Non accadrà. Sono paralizzati dalla paura e cercano un modo per uscirne. Lasciate fare a noi»
«Allora!?» Nerone era alla Porta. «Volete parlare o temete anche due uomini inermi?»
L’angusto portoncino che permetteva il passaggio a piedi nelle ore di chiusura del battente grosso s’aprì d’un palmo e il bianco faccione d’un soldato controllò che i due fossero davvero soli e disarmati. Poi li lasciò entrare.
«Come vedete sono sceso di persona» disse il castellano.
Nerone andò per le spicce: «E avete fatto bene. Immagino che abbiate ben presente la situazione. Arrendetevi e nessuno si farà male»
«Anche volessi, non posso: ho ordini precisi»
«Suvvia, castellano». Il Roselli cercò di esser più convincente. «I vostri ordini non v’impediranno di ragionare. Chi volete che vi accusi per una resa onorevole? Vi offriamo il massimo che si usa in casi come questo: salva la vita e le cose, per voi e l’intera guarnigione, e ci mettiamo in aggiunta un tranquillo ritorno a Firenze appena sarà possibile».
Il castellano non pensò più di convincerli a desistere, se mai una tale illusione l’aveva mai sfiorato. L’unica era ottenere adeguate garanzie.
«Nessuno di noi può pagare riscatto»
«E nessuno lo chiederà» promise Nerone. «Finita questa guerra ve ne tornerete a casa, e pace per tutti».
Il Roselli rincarò: «E se prima d’allora ci sarà modo di scambiar prigionieri, sarà quello il vostro riscatto».
Il castellano sembrò pensarci. Poi crollò il capo: «La fate facile, ma in ogni rivoluzione ce n’è di teste calde, e in Arezzo non mancano di certo. Non mi fido. Chi garantirebbe la nostra incolumità?»
«Noi. Anzi, io!» assicurò Nerone. «Sarete ospite in casa mia, e voglio vedere chi verrà a molestarvi». Lo fissò negli occhi: «Ospite, capite?»
Il castellano si tormentava le mani, nervoso. Ormai lo avevano in pugno e Nerone non era tipo da mollar la corda quando l’altro cede: «Andiamocene, Nofrio. Se al fiorentino, qui, la nostra offerta non piace, non lo possiamo costringere. Vorrà dire che resteremo all’assedio: il tempo non ci manca, e neppure i viveri. E appena arriva il Vitelli con l’artiglieria…».
L’ultima carta del castellano: «Potrei impedirvi di uscire».
Nerone avvampò: «Provate a fermarci, se avete fegato!» Gli si avvicinò minaccioso: «Ogni rivoluzione mette in conto qualche morto, e noi due non siamo insostituibili, ma per l’arrivo di Vitellozzo è solo questione di giorni. Pochi giorni. Andiamo», aggiunse poi rivolto a Nofrio, «con questo è tempo perso!»
«Aspettate… va bene… ci sto. Garantite voi, però, come avete promesso»
«Questo si chiama ragionare!». Il Roselli tirò un respiro: «Disarmate voi stesso la guarnigione e badate che si chiudano nel corpo di guardia, per la loro salute. Poi salite a tirar via il giglio dalle mura di Arezzo ed annunciate a tutti la vostra decisione esponendo un drappo bianco. Rimanete di sopra finché non saremo in grado di prelevarvi in tutta sicurezza».
«La Porta…»
Nerone allungò la mano: «Qua le chiavi! Ci pensiamo noi».
Quando all’esterno le grida d’esultanza annunciarono che la resa era pubblicata, Nofrio fece girare il chiavistello e Nerone cominciò a sfilare la pesante stanga, solitamente lavoro d’un paio d’uomini. Un rumor di ferraglia e un cigolar di catene accompagnò la lenta salita della saracinesca: anche San Clemente era adesso nelle mani degli insorti.

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