venerdì 29 maggio 2020

CAPITOLO 38 - AL CAMPO DELL'OLMO


L’estate s’era ormai impadronita stabilmente dei tormentati declivi che scendono da levante verso la Chiana paludosa, incisi dai solchi d’innumerevoli torrenti, così come li aveva segnati nelle sue carte il Maestro da Vinci. Una teoria di villaggi pareva volersi arrampicare sul versante del monte Lignano per sottrarsi agli acquitrini.
Nella conca tra L’Olmo e la Madonna che dicono di Mezza Strada, due miglia distante da Arezzo e di faccia al sole che calava indolente al tramonto, Vitellozzo aveva stabilito il nuovo campo.

L’umore del Capitano contrastava con la calda quiete della sera. Il giorno prima, a Cortona, s’era preso gioco dell’Araldo di Re Luigi, ma in verità quella visita, gli ordini che recava e la sfuriata del borioso individuo avevano lasciato il segno, risvegliando i fantasmi che gli agitavano il sonno fin dall’inizio di quella storia.
Davvero il Re stava con la Repubblica Fiorentina? E fino a che punto era disposto a sostenerla? Il Valentino si sarebbe preso la Toscana anche contro il volere del Re? Gli avrebbe permesso di condurre a termine la sua guerra o doveva aspettarsi d’essere scaricato senza complimenti? Ecco, il vero tarlo aveva il nome e il volto di Cesare Borgia: da uno come lui c’era da aspettarsi di tutto.
Vitellozzo si tormentava il neo con le dita e la mente con i dubbi, indifferente alla luce intensa che arrossava le velature della tenda: era destino che in quella spedizione non riuscisse a godersi le proprie conquiste.
Quasi non s’accorse di Tarlatino affacciato all’ingresso per annunciargli l’arrivo del Cardinal Giovanni de’ Medici.
«Mi hanno riferito quel che è capitato ieri a Cortona».
Il Cardinale non era solo, ma accompagnato e quasi sospinto da suo fratello Piero e da Fabio Orsini, venuti tutti e tre a perorare la loro causa.
Con la solita prudenza, il Medici la prese un po’ alla larga: «Immagino che della volontà di Re Luigi si debba comunque tener conto, e questo cambierà i vostri piani. L’intesa di San Casciano…»
«L’intesa di San Casciano non è in discussione»
«Ma se il Duca Valentino…»
«Il Duca a San Casciano non c’era».
Vitellozzo era nervoso, e il suo nervosismo aumentava ad ogni accenno del Cardinale ai punti deboli della sua posizione.
Il Cardinale si sforzò di non urtarlo: «Sono stato in Arezzo, ieri, e l’entusiasmo del popolo è davvero commovente. Se però il Valentino…»
«Insomma, Cardinale, siete venuto a parlare con me o col Valentino? Non capisco le vostre paure: siamo in guerra per riportarvi a Firenze, e vi ci riporteremo. Francamente non ho compreso bene cosa volesse l’Araldo del Re».
Il sorriso del Cardinale voleva dire sì che lo hai capito, credi che non si veda quanto sei preoccupato?
Le sue parole invece parlarono d’altro: «Che mi dite, dunque, della guerra? Le cose sul campo sembrano mettersi bene».
Su questo argomento Vitellozzo era più a suo agio.
«Giudicate da voi: Arezzo è nostra, il Giacomino s’è ritirato a Montevarchi, tre giorni fa abbiamo preso la Fortezza aretina e ieri Cortona»
«Un buon lavoro. E quali saranno le prossime mosse?»
Stavolta fu il Baglioni a rispondere: «Il contado aretino è vasto. Abbiamo la Valdichiana, ma non ancora le altre vallate. Nerone porterà le sue bande in Casentino, poi…»
«E lascerete che il Giacomino si riorganizzi?»
Ecco, ci risiamo con la solita fretta, pensò Vitellozzo sbuffando, mentre il Baglioni rispondeva: «Ragioni strategiche sconsigliano di spingersi in Valdarno lasciandoci alle spalle castelli e città ancora fedeli alla Repubblica».
Per il Cardinale era l’ora di venire al punto: «Dicono che si debba battere il ferro finché è caldo. Io non sono un Capitano, ma mi pare che si debba battere il nemico finché è debole. Non vi sfuggirà il fatto che se arrivano i Francesi, di sicuro non sarà facile dar battaglia, ammesso che possiate permettervi di combattere contro il Re».
Vitellozzo stava per esplodere, ma la conversazione venne interrotta da Tarlatino, che s’avvicinò al suo Capitano e gli sussurrò poche parole.
«Ecco, giusto questo. Fateli passare».
Quattro persone non più giovani, all’aspetto mercanti, entrarono nella tenda fermandosi rispettosamente appena dentro. Un famiglio provvide ad accendere il lume perché il sole, ormai nascosto dietro i poggi dalla parte di Civitella, aveva ceduto il passo al crepuscolo.
«Questi, Cardinale, son Borghesi fuoriusciti, che mi onoro di proteggere. Quali nuove portate dall’Alta Valle del Tevere?»
«Ecco, vedete» attaccò il più anziano, col fare rispettoso e un po’ servile tipico della sua classe, «il popolo del Borgo Sansepolcro ha saputo dei vostri successi militari». L’accenno adulatorio stemperò il malumore di Vitellozzo, che annuì compiaciuto. «E pure della liberazione d’Arezzo. Dunque…» Il fuoriuscito esitò, guardandosi intorno incerto se proseguire davanti a quei signori che non conosceva.
«Dunque?» lo incoraggiò Vitellozzo. «Dite pure»
«Dunque ci hanno incaricato di chiedere il vostro aiuto per liberare anche la nostra città». I suoi compagni sostennero la richiesta annuendo con forza.
«Sentito?» sbottò Vitellozzo rivolto ai due Medici. «Se anche volessi, come posso ignorare una simile richiesta? Il Borgo, lo sapete, è una spina nel fianco, per me. È come avere i Fiorentini all’uscio di casa. E poi c’è Anghiari, sito forte. C’è il rischio…»
S’interruppe, e si alzò per avvicinarsi ai fuoriusciti: «Verrò. Dite ai Borghesi che verrò. Anzi, vengo subito. Domattina il mio esercito tornerà nella Valle del Tevere».
Poi indicò Nerone: «Il signore di Pantaneto, da parte sua, guiderà le bande aretine alla riconquista del Casentino».
Infine, vedendo i visi allarmati dei Medici e dell’Orsini, si rivolse a loro: «Tranquilli, non dimentico i Fiorentini. Tu, Giampaolo ti sposterai col resto dell’esercito a Castiglion Fibocchi. Secondo Maestro Leonardo da lì si può controllare agevolmente ogni mossa del Giacomino. Inoltre farai venire altri uomini da Perugia, ora che la via di Cortona è sgombra. Appena torno attaccheremo tutti insieme le postazioni fiorentine e non gli daremo scampo. Sarà cosa di pochi giorni, e i Francesi non faranno in tempo ad arrivare, ammesso che il Re voglia davvero mandare le proprie Compagnie».
Sembrava aver finito, poi ci ripensò: «E se pure le manda, noi vinceremo anche loro. Vi piace, eccellenza, una simile prospettiva?»
Il Cardinal Giovanni s’era incupito.
«Non mi piace e lo sapete». Per un momento l’aria accomodante scomparve dal suo volto. «Resto dell’idea che così vi giocate il momento favorevole per colpire al cuore la Repubblica. Tuttavia ho capito che non è possibile smuovervi e quindi me ne starò in Arezzo ad aspettar gli eventi. Buonanotte».
Nelle persone tranquille una posizione decisa fa ancor più effetto e Vitellozzo non trovò le parole per ribattere. I Medici e l’Orsini lasciarono la tenda che era quasi buio. Il campo brulicava di ombre che si muovevano intorno ai fuochi. Un poeta cantava un’antica ballata d’amor cortese.
Comunque il Cardinale era nel giusto: Vitellozzo non aveva cambiato idea e l’indomani sarebbe andato a liberare il Borgo Sansepolcro.

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