giovedì 26 marzo 2020

CAPITOLO 15 - DELEGAZIONE A SIENA


«Dunque siete in partenza»
«Il nostro negozio è concluso, nobile Pandolfo»
«Spero in modo soddisfacente»
«Nel migliore dei modi, in verità, e non troviamo le parole per esprimervi la nostra gratitudine. Non fosse stato per voi…»

«Ho solo fatto quel che era giusto: i debiti si pagano, ho detto agli Ascarelli, e le promesse son debiti, specie verso una nobile istituzione come il maggiore spedale d’Arezzo»
«In verità avete fatto molto di più, e vi siamo obbligati anche per la magnifica accoglienza che ci avete riservato. Non è usuale che un senese, e nel vostro caso l’autorità più in vista di Siena, accolga degli aretini con tanto onore»
«Oh, avrei voluto far di meglio, e me ne dolgo. Se le necessità della difesa non assorbissero così tante delle nostre risorse!»
Pandolfo Petrucci, signore di Siena, abbassò la testa e congiunse le mani dietro la schiena, come se d’improvviso il filo dei pensieri gli avesse fatto scordare gli ospiti.
Nofrio Roselli inarcò le sopracciglia, in risposta all’occhiata interrogativa di Pierantonio Lambardi. I due aretini eran giunti a Siena per regolare una questione che riguardava lo Spedale del Ponte, un contributo promesso e mai dato dalla famiglia senese degli Ascarelli, e per questo erano ricorsi ai buoni uffici di Pandolfo. Ma mai si sarebbero aspettati un’accoglienza così calda.
Il Petrucci continuò a stupirli: «Quanto ai rapporti, come dire, burrascosi, tra le nostre città, non convenite anche voi che siano acqua passata? Oggi sono molti di più gli interessi che ci legano di quelli che ci dividono, a cominciare dallo strapotere della Dominante»
«Sappiamo la fatica che vi costa tenere Montepulciano».
Un lampo guizzò negli occhi di Pandolfo: «Montepulciano è senese! E comunque qui non si tratta d’un borgo: oggi i Fiorentini minacciano Montepulciano, domani chissà quale villa o castello, o magari città. Non scordatevi di Pisa. In verità la loro ambizione scoperta è formare un grande stato nel centro d’Italia e nessuno, ai loro confini, può vivere tranquillo».
Il Lambardi abbozzò un amaro sorriso, guastato dal solco di due vistose cicatrici che gli deturpavano la guancia sinistra e per le quali era detto lo Sfregiato: «A noi venite a dirlo! Siena può ancora difendersi. Arezzo non esiste più, comprata sottomessa e spogliata fin da quando non erano ancora nati i nostri nonni. Dovreste venire a vedere com’è ridotta la più potente tra le città ghibelline di Toscana. La trovereste piena di rovine ed abitata da fantasmi magri e affamati. Ogni giorno qualcuno tra i cittadini notabili è costretto a recarsi a Firenze a far atto d’omaggio ai padroni, nessuno può farsi chiamare col proprio titolo o ricevere neppur l’ombra degli onori che si devono agli antichi lignaggi. In città non si può girare armati o a cavallo. Ogni scusa è buona per requisirci beni ed averi, e dovreste sentire le calunnie, l’offese e fin gli scherni che tocca sopportare. Arezzo è morta».
L’espressione del Petrucci prese un che di soddisfatto: il discorso stava prendendo la giusta piega.
«Eppure son convinto che non vi manchi l’orgoglio per rialzare la testa, e neppure le risorse. Se solo voleste!»
«Fate presto a parlare, voi» si lamentò il Roselli. «Messer Pierantonio vi ha descritto lo stato miserevole in cui è ridotta la nostra città, ma c’è una zona, in verità, rafforzata e tenuta in ottima cura, ed è la Cittadella: da lassù ci controllano e le vie pullulano di armigeri col giglio sul petto. Ma c’è dell’altro, e credo ne siate informato: il denaro può tutto, caro Pandolfo, e più d’uno, in città, s’è lasciato comprare».
Il Petrucci annuì comprensivo: «Perdonatemi, non volevo offendervi. È evidente che da soli non potete far molto».
S’avvicinò ai due fino a far loro sentire il suo fiato, dal leggero sentore di vino: «Ma le cose possono cambiare».
«In che modo?»
«Venite con me. Seduti staremo più comodi».
Li precedette per un ampio corridoio, traversando in successione alcune stanzette ben arredate, sorta di anticamere, fino ad uno studiolo d’angolo, che riceveva luce da due bifore affacciate sul fianco del Duomo.
I ricchi intarsi delle sedie e dell’unico tavolo, le pareti affrescate con scene di campagna, i registri e le pergamene disposte in bell’ordine sul piano di lavoro davano conto dell’importanza del personaggio e sembravano studiate a bella posta per incutere soggezione nell’ospite.
«Questo è il mio piccolo rifugio. Sedetevi pure, farò portare del vino».
Con frasi brevi e senza fronzoli, li ragguagliò sulle alleanze intessute dal Vitelli, badando a che risultasse chiaro l’interesse che ogni alleato trovava nel progetto: in fondo, anche i rapporti tra Stati sono affari!
«Che ne dite?» chiese alla fine. Non gli era sfuggita, mentre parlava, l’attenzione crescente con cui l’ascoltavano e le occhiate che si scambiavano di tanto in tanto.
L’interesse del Lambardi, in particolare, era evidente: «Per come la mettete si può fare, e non sembra neanche difficile».
Il Roselli invece rimase assorto. Cominciava ad essergli chiaro a cosa mirassero i movimenti del Vitelli di cui era giunta notizia anche in Arezzo. Dunque c’era di più d’una semplice iniziativa militare di Vitellozzo per vendicarsi di Firenze. Era logico che se il condottiero si muoveva, dietro dovevano esserci il Papa e il Valentino, ma se entravano in lega anche Perugia e Siena, e soprattutto i Medici, allora…
Un giovane paggio ben vestito entrò nello studiolo e posò sul tavolo un vassoio con una brocca di vino e tre boccali, il tutto in argento finemente lavorato.
«Sì, però…» attaccò Nofrio guardando Pierantonio.
«Non dite altro, vi prego» lo interruppe Pandolfo riempiendo i boccali. «Non pretendo di convincervi con un breve colloquio. Capisco il vostro bisogno di riflettere. Non stiamo progettando una passeggiata ed occorre ponderare bene le cose. Di questi tempi, poi, non ci si può fidare di nessuno. Ecco allora la mia proposta: tenete per voi quello che vi ho detto finché non avrete ascoltato anche gli altri autori del piano. Piero de’ Medici si trova in questi giorni a Massa in Maremma. Fate in modo di recarvi là ed io guarderò di combinarvi un incontro. Magari» concluse dopo una breve pausa «riesco pure a farvi parlare con Giampaolo Baglioni e con lo stesso Vitellozzo»
«Ecco» puntualizzò Nofrio mentre il loro ospite si dissetava, «proprio lui è il problema, secondo me»
«Vitellozzo?»
«Come si fa a mettersi d’attorno un uomo della sua ferocia? Avrete sentito di cos’è stato capace l’altr’anno in Acquasparta. Se ve la intendete col Baglioni vi avrà riferito della fine del povero Altobello da Canale». Si voltò verso il Lambardi per coinvolgerlo nel proprio orrore: «Non gli basta uccidere il nemico vinto. Il cadavere di Altobello fu fatto a pezzi e si dice che alcuni dei suoi scagnozzi ne abbiano mangiato le carni, mentre altri le buttavano nel fuoco!» Il ribrezzo lo costrinse a una pausa. «E Girolamo da Canale? Trafitto una decina di volte nella disperata difesa della città, fu trascinato sanguinante e già quasi morto fino al cippo e decapitato senza pietà. E a quanti staccò la testa dopo di lui in quel giorno di atrocità?»
«Non potete, per un episodio…»
«Un episodio!? Chiamate episodio almeno un mese di furia cieca? Io la so così: presa Acquasparta, la mise a sacco, ne bruciò il castello e poi ne demolì completamente le rovine. Si spostò a Monte Campano, incendiò e distrusse pure quel castello. Si accampò sotto Amelia e pretese dagli abitanti diecimila ducati. Poi fece irruzione in Viterbo, promise salvacondotto agli avversari dei pontifici e invece li bloccò alla porta della rocca e li spogliò di tutto. Non contento, fece razzia pure nelle case degli amici del Papa. Dicono che abbia mandato a Città di Castello un bottino di quasi cinquantamila ducati! Alla fine se ne andò trionfante a Foligno per incontrarvi Papa Alessandro e il Valentino».
Era un fiume in piena. Tornò a rivolgersi al Lambardi: «E tu sai come reagì a tanta brutalità consumata in suo nome il nostro amato Pontefice? Alla fine di quel settembre di barbarie invitò a Roma Vitellozzo e in piazza San Pietro ne passò in rassegna le truppe sanguinarie!»
Puntò il dito verso il Petrucci: «E questo non è che un episodio, per voi? Sapete quanti altri, di questi episodi, si potrebbero riferire a carico del vostro Vitellozzo? Pare che da quando i Fiorentini gli hanno ammazzato il fratello sia diventato una belva, e voi vorreste farci lega!»
«Suvvia, messer Roselli! Sapete come vanno le cose, al mondo d’oggi. Sarà feroce come dite, ma è proprio per questo che tutti lo temono e ne hanno rispetto. Se si deve cominciare una guerra, dite, non è meglio un uomo così averlo con noi piuttosto che trovarselo di fronte?»
Il ragionamento di Pandolfo aveva una sua logica e il Lambardi non avvertiva gli scrupoli del suo concittadino: gli bruciavano di più, parecchio di più, le cicatrici sulla guancia e le umiliazioni quotidiane. Per lui l’intesa che si profilava avrebbe potuto produrre qualcosa di buono. In un gioco di tutti contro tutti, cos’aveva da perdere Arezzo? E se anche non recuperava l’antica libertà e finiva invece sotto il Vitelli, non si sarebbe trovata certo peggio di così. Infine quando i giocatori son tanti la partita è più aperta, ed anche gli Aretini potevano giocare le loro carte.
«Sta bene, andremo a parlare col Medici e con gli altri. Giusto avevo in mente un viaggio in Maremma per organizzare la transumanza d’un certo mio gregge per la fine dell’estate».
I Lambardi erano una grande consorteria. Se i palazzi di città erano stati quasi tutti confiscati, non così le terre, tra le quali ne possedevano a bosco e prato sul versante tiberino di Catenaia. Su quelle pagavano decime e dazi pesanti, ma per lo meno riuscivano a ricavarci di che conservare un minimo di dignità alla famiglia. Guardò Nofrio, che ritrovava la calma in un sorso di vino: «Così non dovremo dare spiegazioni a nessuno».
«E sia» concedette infine il Roselli, «ma penso che dovremmo coinvolgere almeno Presentino dei Visdomini: è un amico, ed è affidabile. Come prete gode di maggior libertà di movimento. Al nostro ritorno dovremo conferire con lui e riferirgli l’esito di questa missione. Se decide di venire con voi in Maremma per i suoi affari ecclesiastici e mi chiede di accompagnarlo, parrà naturale a tutti»
«Purché non allarghiamo la cosa ad altri, almeno per ora»
«Sono d’accordo» concluse il Petrucci «son cose delicate e ci vuol poco a mandare tutto all’aria. Finché non saremo pronti…»
Si alzò senza finire la frase e scolò il proprio boccale, imitato dagli altri due.

Qualche giorno dopo, nella stalla del suo palazzo di Città di Castello, Vitellozzo leggeva con soddisfazione un breve messaggio sibillino: “San Donato ha aperto gli occhi” c’era scritto sul foglio, senza firma né sigilli.
«Anche l’ultimo tassello del mosaico è andato a posto» sorrise carezzando la criniera del suo cavallo preferito. Poi, liberando con gesto meccanico il destriero dalle briglie, forzò un colpo di tosse: «Sarà tempo di darsi malato».
Uscito nella corte, scorse la fantesca affacciata alla finestra della torre, intenta a pettegolare con un vecchio armigero.
«Chiamami il medico!» le gridò. «M’è venuta una fastidiosa costipazione al petto, maledetta l’umidità delle notti!»

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