giovedì 12 marzo 2020

CAPITOLO 5 - LA FUGA DELLA MARIA


Avevo più o meno diciott’anni. Nessuno mai m’ha detto di preciso in quale anno son venuta al mondo. Quando mi maritarono, tre anni prima, i miei dissero allo sposo che ero una quindicenne.
I registri parrocchiali erano bruciati nell’incendio della sacrestia, e la memoria non aveva tenuto il conto delle quaresime e delle battiture trascorse dalla mia nascita. Troppi figli, tutti morti piccoli oppure nati morti. All’epoca delle nozze ero rimasta l’unica, e rammentavano solo che ero nata in una gelida domenica di gennaio d’uno degli inverni più freddi che ricordassero.
D’altronde, gli dissero, il marito poteva contare su una ragazza sana, robusta e di fianchi larghi, che gli avrebbe dato tutti i figli che avesse voluto, senza dote di denari ma con un corredo di tutto rispetto. La vista delle lenzuola, di canapa piuttosto grezza ma pur sempre lenzuola, e l’argomento salute convinsero l’uomo a non sottilizzare sulla mia età. Lui stesso, del resto, assai più vecchio di me, non sapeva quanti anni avesse.
Erano altre le cose importanti, soprattutto per chi lavorava un podere piccolo e maledettamente sassoso, su una collina brulla e senz’acqua. A stento ci ricavava di che tirare avanti e sperava, sposandosi e facendo dei figli, di convincere i monaci padroni di quelle terre ad assegnargli un podere più grande e redditizio.
Inoltre la sua salute negli ultimi tempi s’era guastata e un valido aiuto gli era indispensabile.
Ovviamente nessuno s’era preoccupato della complessione di chi mi chiedeva in moglie. M’avevano maritata, m’ero trasferita sulla collina arida, e avevo conosciuto la fame.
Presi la decisione subito, durante quel primo, interminabile inverno, col consenso di mio marito. Sarei andata al mercatale, giù al piano, una volta alla settimana, a vendere l’unica cosa che avessi: il mio corpo.
Mi aveva convinta una vecchia che viveva sola in una capanna poco distante. “Lo fanno in tante” m’aveva detto incontrandomi al fiume. “Lo farei anch’io, se avessi la tua età. L’onestà è un lusso, cara mia. Se non vuoi andare al mercatale, vai dal prete che t’ha maritata: ne sfama diverse, quello!”
Del prete avevo soggezione e perciò andai al mercatale.
Fu lì che conobbi l’Adele, e diventammo amiche. In qualche occasione lavorammo pure in coppia.
Sopravvissi all’inverno, cosa che non riuscì a mio marito, morto di polmonite prima di Pasqua e prima di riuscire a ingravidarmi.
“Meglio così” mi dissi.
A tornare dai miei mi vergognavo e quindi rimasi sulla collina. Nessuno richiese quella terra sassosa ai monaci, che mi lasciarono lì come atto di carità. Per parte mia presi a frequentare l’abbazia, pagando con i miei servigi l’affitto del podere.
Nel chiuso delle loro celle, i monaci non erano molto diversi dai contadini o dai braccianti che mi prendevano nei fienili o sugli argini dei fossi. In genere erano meno virili e più delicati, le mani meno callose e i modi più gentili, ma le richieste e le voglie si assomigliavano. Presto imparai a tenere a bada le une e le altre, limitando i danni. Sceglievo, quando possibile, i più giovani e inesperti, conversi del monastero o garzoni al mercatale, ragazzi della mia età coi quali mi pareva quasi di giocare.
Solo da un paio d’amplessi uscii malconcia, piena di lividi e graffi. E un’altra volta, per difender la mia verginità posteriore, mancò poco che restassi uccisa dalla violenza scatenata nell’uomo dal mio rifiuto. Me lo strapparono di dosso un attimo prima che mi affondasse il coltello nella schiena.
Nel complesso non mi lamentavo. Non era quella, certo, la vita sognata da bambina, ma non ero cieca. Vedevo come venivano trattate molte donne oneste. Io, almeno, ero più libera di loro. A lasciarmi montare avevo presto fatto l’abitudine e non mi importava più. Del resto, prima o poi, me ne sarei andata via.
E un giorno del ’99 dovetti andarmene davvero. Era cambiato l’abate e quello nuovo, un eunuco grasso e viscido, mi cacciò dall’abbazia e dal podere, allontanando con me tutte le altre donne che allietavano la noiosa vita dei monaci. Sarebbe stato per poco, lo sapevo, ma intanto dovevo trovare dove vivere, e così mi ritrovai nel campo fiorentino che assediava Pisa.
L’Adele venne con me, pensando entrambe ad un breve e redditizio diversivo. Ma non andò così.
La brutalità dei soldati e l’odiosa disciplina d’una mezzana acida lasciarono il segno. La fottuta cortigiana requisiva tutto quello che le sottoposte riuscivano a guadagnare, soldi o regali che fossero, facendo frustare chi tentava di sottrarle qualcosa. Per di più dovevamo ingoiare la stessa brodaglia della truppa, perfino quando scoppiò la pestilenza.
L’assistenza coatta a Vitellozzo fece traboccare il vaso della mia sopportazione. Quando lo vidi fuggire pensai che quello era, anche per me, l’unico modo di tornare a vivere. Quando poi lo stesso Vitellozzo mi riprese sul Lungarno, il mondo mi crollò addosso.

Maria è bella, pensò Tarlatino guardandola pettinarsi alla finestra dell’alloggio di Vitellozzo, nella cittadella di Pisa, con una punta d’invidia per il suo signore. Un viso regolare, occhi grandi e neri, un seno generoso, piedi eleganti e caviglie ben tornite. Trovava irresistibile il suo sorriso triste, attraenti i suoi fianchi rotondi e soprattutto l’incarnato candido, chiaro come la luna.
Una cortigiana perfetta, con un po’ d’esperienza in più, se non fosse per quello sguardo indomito che non riusciva a dissimulare. Non altero, no, né provocante: semplicemente libero. Nessun uomo avrebbe mai avuto la certezza di soggiogarla. Nessuno, Tarlatino ne era certo. Neppure Vitellozzo. Ci si poteva divertire, sfogare su di lei le sue voglie, ma non sarebbe riuscito a diventarne padrone.
Si possono comprare le prestazioni di Maria, ma non si può comprare Maria. Maria non sarà mai una cortigiana. Tarlatino sorrise: c’erano cose che nemmeno Vitellozzo poteva avere, e quella donna gli sarebbe sfuggita.
Bastarono meno di due mesi perché la sua profezia si avverasse.

Non era ancora l’alba quando entrai di soppiatto nella tenda delle donne, al campo fiorentino. L’Adele intingeva il lembo della veste in un bacile d’acqua, passandolo sui graffi ancora freschi che le arrossavano la parte interna delle cosce, lascito dell’ultimo incontro con uno dei marrani all’assedio di Pisa. Le striature sanguinavano e l’acqua bruciava, facendola rabbrividire ad ogni passaggio. Chissà perché con lei erano sempre più cattivi che con le altre? Forse perché non era più giovane e attraente, o per lo scarso entusiasmo con cui li lasciava fare, pensando ad altro mentre lo sconosciuto di turno si affannava su di lei. Quasi tutti s’arrabbiavano, offesi dalla sua indifferenza, e diventavano violenti. Lei lo sapeva, ma non poteva farne a meno. Estraniarsi era l’unica difesa della sua mente dall’abbrutimento.
Alzò gli occhi quando mi frapposi tra lei e la fioca luce dell’unico lume che rischiarava il padiglione delle donne. Ero completamente nuda. Strabuzzò gli occhi: “Maria!”
Mi accucciai accanto a lei: “Non gridare, per favore. Nessuno mi ha vista. Non voglio restare, ma mi serve qualcosa da mettermi addosso”.
Ero fradicia e coperta di fango. La pioggia, come capita, s’era fatta prima desiderare ed ora continuava ininterrotta da settimane.
“Sono scappata da Pisa. M’aveva ripresa Vitellozzo ma l’avevo giurato: piuttosto morta che schiava d’un simile animale”.
Ero scossa dai brividi. Mi porse un telo.
“Tieni, asciugati o ti prenderai un malanno. So io dove trovare una veste: la mezzana è fuori a far compagnia a qualche pezzo grosso e neppure s’accorgerà se manca un indumento dal suo deposito”.
Tornò quasi subito. M’infilai la veste, la strinsi in un abbraccio e cominciai a piangere. Lei mi cinse le spalle, mi adagiò nel suo giaciglio e cominciò a carezzarmi, riuscendo a farmi ritrovare un po’ di calma.
Allora mi alzai: “Devo andare, prima che faccia giorno. Se torna la mezzana son persa”
“Ma dove andrai?”
“Torno a casa”.
Mi sorprese l’assurdità della frase. Avevo una casa? No che non ce l’avevo, ma pensavo sempre al piccolo podere sulla collina ed ero sicura che i monaci mi avrebbero accolta. Era l’unica casa che avevo avuta ed era lì che volevo tornare.
“Torno a casa”, ripetei.
L’Adele mi fissò a lungo. Poi decise.
“Vengo con te”.
Fece un fagotto delle sue misere cose e sgusciammo fuori.
Il buio era appena attenuato da un vago chiarore, verso levante, e non pioveva più.

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