mercoledì 11 marzo 2020

EPISODIO 3 - GLI AMBASCIATORI DI FIRENZE


Le difficoltà cominciarono subito dopo la morte del lucchese: ogni parte voleva prevalere sull’altra, e il vescovo su tutti; ognuno sospettava dell’avversario, ma pure dell’amico, e trovare un accordo si faceva ogni giorno più arduo, a riprova che è più semplice mettersi insieme contro qualcuno che collaborare a costruir qualcosa.

Passava il tempo e la città non aveva ancora un Podestà né un Capitano. Il popolo rumoreggiava.
Intorno all’ora nona di una domenica che Rinaldo aveva trascorso nella quiete di Lorenzano, lo avvertirono che dei messi fiorentini in incognito lo aspettavano in una locanda al ponte di Buriano, sulla Cassia Antica, vicino al castello di Rondine. Sospettando intrighi e tuttavia curioso, decise di andare a sentirli.
Giunse all’appuntamento quasi a vespro e si trovò di fronte due uomini elegantemente vestiti, con lunghe guarnacche alla moda dei notai.
«I priori di Firenze vi salutano, nobile Bostoli»
«Salve a voi e a loro. C’è qualche motivo, oltre ai saluti, per trovarci qui stasera?»
«Ci incaricano di portarvi i complimenti per la brillante operazione dell’altra notte».
Colse nelle loro parole una sgradevole ambiguità: nei due anni che Guelfo era stato priore i fiorentini non avevano mosso un dito contro di lui, sperando che la sua riuscita portasse Arezzo nella loro sfera d’influenza. Per quello che ne sapeva, comunque, non si erano spesi neanche per sostenerlo, forse prevedendo il suo fallimento.
«In Arezzo è tornata la pace tra guelfi e ghibellini, che ora governano insieme» replicò prudente.
«Suvvia, messer Bostoli, ci reputate forse stupidi? Fino ad oggi in verità nessuno governa».
Rinaldo attese di vedere dove andavano a parare i due ambasciatori, il secondo dei quali, scambiata un’occhiata col compare, proseguì a voce più bassa: «I reggitori di Firenze, vedete, non hanno mai avuto simpatia per il vostro vescovo, e potete capire da voi quanto li preoccupi l’idea d’una Arezzo ghibellina».
I modi falsamente cortesi dei due davano sui nervi a Rinaldo: «In Firenze si sbagliano di grosso, se pensano che i guelfi aretini lasceranno mano libera a Guglielmino»
«Ecco, proprio quello che hanno detto i priori»
«E però dovete convenire» insisté calmo il primo «che non è facile fidarsi di codesta gente». Stavolta il messo aveva colto nel vivo e gli occhi dell’aretino tradirono la sua preoccupazione. «Credete davvero, messere, che i Pietramala e quelli della loro parte manterranno fede agli accordi?»
“Ahimé no” pensò Rinaldo.
«Cosa proponete, dunque?» chiese nervoso.
«Mettiamola così: voi fate vostra la città, e da Firenze non vi mancheranno né i fiorini né gli uomini che vi occorressero».
«Non mi pare impresa possibile. Anche se volessi, non vedo come potrei ridurre al silenzio casate tanto potenti»
«Questo è affar vostro, ma pensate alla nostra offerta e fateci sapere: noi resteremo a Buriano per altri due giorni».
Quella sera Rinaldo non tornò a Lorenzano, ma andò a chiudersi nel suo palazzo di città, rinunciando pure al solito giro delle taverne.
Quella notte non riuscì a prender sonno, come capita quando ci sono in ballo decisioni importanti. Si sentiva in una scomoda posizione, senza risolversi quale partito fosse il migliore. Era avvezzo per indole a cercare in ogni circostanza il lato buono, ma in quell’impiccio non riusciva proprio a trovarne.
Quando gli arrivò l’eco dei rintocchi di mattutino scanditi dalla pieve di Santa Maria, concluse che fosse giusto parlarne con gli altri maggiori della sua parte.
Se si vuol mantenere una corrispondenza segreta e ci si affida ad un servo fidato che riferisca a voce ad altri servi fidati, quasi sempre si trova uno che fidato non è. Così la discussione interna alla parte guelfa giunse alle orecchie di Guglielmino, che colse al volo l’opportunità di dichiarare i guelfi traditori.
Fece venire il Tarlati in episcopio, lo ragguagliò sulla situazione e gli chiese di portare armati verso la città dalla sua rocca di Pietramala. Mandò poi ambasciate alle altre consorterie ghibelline e alle masnade di Buonconte da Montefeltro, da tempo accampate fuori le mura, al prato della Giustizia. Nel giro di poche ore tutto era pronto.
I movimenti delle Compagnie non sfuggirono alle genti del contado e se ne ebbe notizia anche nella locanda di Buriano, dove i due ambasciatori, mangiata la foglia, abbandonarono il campo tornando di corsa ai loro priori.

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