giovedì 26 marzo 2020

CAPITOLO 11 - 1501 ANNO DI SANGUE


«Non c’è Ranuccio, mi pare, in Modigliana».
Tarlatino aveva ragione, ma Vitellozzo accolse la sua osservazione con un’alzata di spalle, infastidito: «Ci sono i suoi parenti, però».
Tarlatino inarcò le sopracciglia. Da tanti anni serviva il suo signore, legando alla sua la propria sorte, fiducioso in un glorioso futuro per lui, per sé e per l’amata Città di Castello, ma gli eccessi di ferocia di Vitellozzo lo lasciavano ancora senza fiato.
Anche Tarlatino era un combattente, e con gli anni ne aveva messo, di pelo sullo stomaco! Aveva visto e provocato così tante morti che il sangue gli era divenuto familiare quanto l’acqua. Ma non conosceva l’ebbrezza e il desiderio di violenza che invece facevano fremere il corpo di Vitellozzo: forse per questo non sarebbe mai diventato un Capitano.
L’aria di gennaio, pungente e tersa, arrossava il viso dei due cavalieri e trasformava in sbuffi di vapore il respiro degli animali portati al piccolo trotto.
Se da più di un anno la bile di Vitellozzo s’era nutrita a odio e rancore, il cibo che più spesso l’aveva ingrossata, tornando a destarla quasi tutte le notti, aveva il nome e il volto di Ranuccio da Marciano, Capitano anch’egli, ma di tutt’altra pasta.
Traditore infido e stratega incapace: era questa l’opinione che aveva di lui il povero Paolo Vitelli, che infinite volte se l’era ritrovato al fianco, e più spesso tra i piedi.
Intendiamoci, non che gli disconoscesse il diritto di cambiar padrone: in fondo, le Compagnie esistevano apposta per servire chi dava loro condotta, ed era giusto pure trattare sul soldo ed offrirsi a chi pagava meglio. Ma lo si dice chiaro, perdio, e non si passa all’avversario nel pieno d’una campagna o d’un incarico, non si intessono trattative col nemico mentre lo si combatte, non si pestano i piedi ai Capitani alleati per invidia o meschine ripicche. Per anni Ranuccio s’era invece comportato così.
La valle di San Regolo, nel pisano, vide nel maggio del ’98 cominciare le liti tra Paolo e Ranuccio. Dopo aver attaccato con successo truppe veneziane che facevano razzia di bestiame, quell’incapace lasciò che i suoi uomini si dessero a far bottino per la campagna, senza curarsi del nemico in ritirata. Quelli se ne accorsero e invece di tornarsene a Pisa li attaccarono di sorpresa, facendone strage. Il vile riuscì a scappare, ma sul campo rimasero più di 400 fanti fiorentini.
Paolo andò su tutte le furie, lo affrontò trattandolo come meritava, e riferì a Firenze. Quel giorno il comando generale delle truppe fiorentine che assediavano Pisa fu tolto a Ranuccio ed affidato a Paolo.
Lo scorno fu grande e Ranuccio da allora tentò con ogni mezzo di ostacolare il rivale, rendendogli la vita difficile e tramando alle sue spalle, fino allo sciagurato epilogo dell’assedio di Pisa del ’99.
Gli ci volle del tempo, ma alla fine Vitellozzo scoprì come s’erano svolti esattamente i fatti: fu Ranuccio ad arrestare Paolo in Cascina e a condurlo a Firenze, e sempre lui convinse i Fiorentini della necessità di giustiziarlo.
Ma lo sciagurato trionfo durò poco. Licenziato dagli stessi Fiorentini, che tardi ne avevano scoperto la malafede, cominciò a sentirsi braccato dall’ira di Vitellozzo e fuggì a Bologna, poi tornò a Firenze ed infine riparò a Napoli, dove Federico d’Aragona assumeva chiunque pur di difendersi dai Francesi.
«Ma lo prenderò, puoi starne certo. E intanto altri della sua maledetta stirpe sono laggiù che ci aspettano».
La testa della colonna aveva appena scollinato l’ennesimo poggio e davanti a loro, lontano e in basso, tra i rami quasi spogli delle querce, comparve la cortina di Modigliana, dominata dalla rocca dei Guidi svettante sul borgo.
«Non faremo prigionieri» gridò Vitellozzo spronando impaziente il cavallo.
«Come sempre» mormorò Tarlatino, in modo però da non esser udito, e spronò a sua volta per tenergli dietro.
C’è assedio e assedio, e pochi, nonostante il potere distruttivo delle nuove artiglierie, finivano rapidamente con successo. Quello di Modigliana si risolse in pochi giorni, durante i quali pareva che l’impeto furibondo del Vitelli facesse tremare le mura incomplete del borgo e i massicci paramenti della rocca più dei colpi di bombarda. La triste fama del condottiero incuteva maggior terrore negli sventurati abitanti dell’imponenza del suo stesso apparato offensivo.
Se prometteva strage, Vitellozzo era di parola: fatta irruzione nel castello, nessuno trovò scampo. Ai parenti di Ranuccio, ai suoi amici ed ai soldati fiorentini che tenevano la rocca toccò una morte violenta sotto i colpi implacabili dei vitelleschi. Solo le poche donne e i loro bambini, secondo il rigido codice d’onore del Capitano, ebbero salva la vita, anche se, ovviamente, nella licenza di saccheggio era compreso anche il libero stupro. Per gli uomini invece non ci fu pietà.
«Che ne facciamo, di questo?»
Quando ormai sembrava tutto finito, Tarlatino, passando in mezzo ai cadaveri, trascinò davanti a Vitellozzo un uomo non più giovane, legato stretto e malconcio per le botte ricevute. Non ferito, però, solo impaurito, o per meglio dire terrorizzato.
«L’abbiamo tirato fuori da una cantina mentre tentava d’infilarsi in una botte. Dice d’essere aretino».
Vitellozzo stava per ordinare spazientito che gli si facesse fare la stessa fine degli altri, ma alla parola aretino si bloccò, alto sulla sella. Rimase a pensare un attimo e poi si rivolse direttamente al prigioniero: «Chi sei?»
«Bernardino dei Camaiani d’Arezzo» gli rispose quello.
Non riuscì a nascondere il tremito che gli incrinava la voce. «Possiamo pagare, sapete», proseguì lamentoso. «La mia famiglia…»
«Guelfi, vero?»
«Ma io no, credete. Anzi…»
«Al soldo dei Fiorentini, vero?»
«No, no! Giuro!»
«E che ci facevi in questo covo di vipere?»
«Mercatura, solo mercatura».
In effetti l’aspetto grassoccio e ben pasciuto dell’uomo, evidente nonostante i maltrattamenti subiti, l’avrebbe reso credibile come mercante, non fosse stato per l’armatura che indossava.
«Il tuo addobbo…»
«Solo per difesa, vedete. L’abito, sapete, non fa il monaco».
Un pensiero stava facendosi strada nella mente del Vitelli: il prigioniero poteva tornargli utile, e non solo per il riscatto.
«Voglio crederti e ti risparmierò la vita. Per oggi abbiamo fatto pulizia abbastanza».
Un ghigno cattivo gli piegò la bocca: «Dategli da bere e portatelo a Città di Castello».
Combattuto tra il sollievo per quelle parole e il terrore che gli ispirava il Vitelli, l’aretino sentì cedergli le gambe e cadde in ginocchio. Lo trascinarono via in malo modo, e fu l’unico sopravvissuto all’orrore di quella giornata.

Anno di sangue, il 1501. La frenesia di vendetta spingeva Vitellozzo in un crescendo di orrori. In marzo, dopo un inverno speso nell’inutile tentativo di prendere Faenza e dopo la feroce impresa di Modigliana, andò alla conquista di Solarolo. Catturò il bombardiere del castello, gli fece cavare un occhio e tagliare una mano. Entrò nel borgo di Russi con 600 cavalli e 300 fanti e lasciò che i suoi uomini facessero razzia di bestiame nel ravennate, territorio di Venezia, dove ammazzarono alcuni contadini. Per ritorsione i Veneziani sospesero l’invio delle armi ordinate da Vitellozzo agli armaioli di Brescia. Allora impiccò due dei razziatori, e le armi gli arrivarono subito.
Ad aprile Faenza cadde e lui, non pago, andò a saccheggiare Castel San Pietro Terme, poi Fiumicino e Castel Guelfo di Bologna, e infine Castel Bolognese. A questo punto lo stesso Papa, preoccupato da tanta furia, gli intimò di fermarsi.
Ma ai primi di maggio, con l’appoggio del Valentino, si mise di nuovo in caccia, spinto dalla propria ossessione. Nel borgo detto Medicina, nella piana bolognese, catturò Pirro da Marciano, un fratello di Ranuccio. Lo fece decapitare e dispose che il corpo venisse gettato nel fossato del castello con un sasso al posto della testa.
Quello che non ottenne il Papa, lo fecero i piani del Valentino. La sua avanzata in Romagna mise in allarme il Re di Francia e l’attenta diplomazia del Bibbiena ne approfittò subito, proponendo al Re la candidatura di Piero il Fatuo a Governatore di Cassino. Re Luigi accettò perché di piccioni, con quella fava, ne prendeva tre: allontanava il Medici da Firenze, creava un contraltare al Borgia sui confini meridionali dello Stato della Chiesa, e costringeva il Valentino a darsi una calmata.
Il figlio del Papa, allora, rivolse altrove le sue mire, chiamò Vitellozzo e gli Orsini, divenuti nel frattempo suoi Capitani, e comunicò loro che si andava alla conquista di Piombino.
“Grandioso!” gongolò tra sé il Vitelli, senza star lì a chieder ragione d’un simile cambio di programma.
C’era infatti una sola via che dalla Romagna portasse fino a Piombino, e passava giusto per le terre fiorentine!
Il tempo d’un ultima scorreria, tra Varignana e l’Idice, e poi sarebbero partiti.
Ma una lettera li fermò, una lettera del Papa in persona. S’era ammattito, il suo figliolo prediletto? Non si rendeva conto che il suo ingresso in Toscana favoriva i piani dei Medici? Se Re Luigi pareva tenere i piedi in due staffe, lui stesso, il Papa suo padre, non poteva certo permettere il ritorno dei Medici a Firenze, perché così se li sarebbe trovati scomodi vicini a tramontana e a mezzogiorno.
«Mi dispiace, a Piombino non si va».
Il mondo può crollarti addosso quando meno te lo aspetti: «E perché mai, Duca?»
«Leggete voi stessi».
La lettera era breve e chiara. Vitellozzo cercò di pensare in fretta: un’occasione così non si sarebbe ripresentata facilmente.
«Niente Medici,allora. Prendetela per voi, Firenze».
Il Valentino non era uomo paziente: «Non sapete leggere!?»
Aggrediva, il Duca, ma il fisico, la stazza e l’indole di Vitellozzo non si lasciarono scalfire: la riconosceva, lui, la boria.
«Restiamo qui, dunque? Passiamo l’estate a far niente? Non volete più farvi uno Stato?»
Adesso era il Borgia a fare un passo indietro. Portò la mano al mento, stuzzicò le cicatrici che gli deturpavano il volto, frutto della sua vita sregolata, mal nascoste dalla barba e dallo strato di biacca.
«Però… Però non è detto che si debba rinunciare. Ai Fiorentini si può metter paura, almeno. A Re Luigi non dispiacerà e le manovre militari dei Medici possono tornarci utili. Scriverò al Papa che può star tranquillo»
«Allora si va!»
«Ma si fa a modo mio, chiaro!?»
Il Mugello era un’esplosione di verde, sul quale si stagliava il serpentone giallo cremisi delle bluse militari.
Le insegne del Valentino scivolavano verso Firenze.
Quando furono a Campi, due passi dalla città, il Duca fece chiamare Vitellozzo: «Ci fermiamo. Aspetto risposta».
Il faccione del tifernate assunse un’aria interrogativa.
«Ho chiesto condotta ai Fiorentini: trentaseimila ducati l’anno per trecento uomini».
La sorpresa fu tale da provocare in Vitellozzo un accesso di tosse. Diavolo d’un Borgia, a che gioco giocava? Chi mai avrebbe pagato tanto una compagnia di soli trecento uomini?
«A che pro? E pensate davvero che ve li diano?»
«No, ma potete scommettere che li prometteranno, pur che mi allontani. E così avranno un debito anche con me, oltre che col Re. Non vi sembra una buona idea?»
In effetti…
«Nel frattempo, però, voi dovrete andare avanti. Arrivate a Pisa, spiegate la situazione e confortateli a resistere. Appena sbrigata questa faccenda, ce ne andremo insieme all’assedio di Piombino».
Una pacca sulla massiccia spalla di Vitellozzo suggellò quella che doveva essere un’intesa ed invece era un ordine, mal digerito e non gradito. Accidenti a lui, credeva che non capisse perché lo allontanava? Perché non lo voleva tra i piedi troppo vicino a Firenze? Lui e la sua politica! Andava perché non poteva fare altrimenti, ma sarebbe venuta anche la sua ora, se lo aspettasse, quell’elegante spagnolo!
Il frutto di tutto quel ragionamento fu un prolungato mugugno, che seguitò finché non fu lontano.
Il 15 maggio, mentre il Duca riceveva dai messi fiorentini formale promessa di trentaseimila ducati per un anno di condotta, Vitellozzo entrava in Pisa, e qualche giorno dopo si diede a far scorrerie tra borghi e campagne, per ingrassare i soldati e le proprie casse.

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