giovedì 16 aprile 2020

EPISODIO 23 - UNA TRATTATIVA?


Nel pomeriggio inoltrato la Ilde scrutava la campagna come ogni giorno dalla finestra della camera del figlio, e vide avanzare il pennone azzurro con la mezzaluna d’argento e la pantera rampante. Era rimasta delusa, il giorno prima, vedendo arrivare solo gli armati e i servi, e sul principio s’era anche impaurita.
L’avevano rassicurata, ma un po’ d’ansia era rimasta: perché quella deviazione? Come mai non era corso subito da lei, a dirle: son qui tutto intero? Anche il suo Pietro, lo sentiva, avrebbe preferito vederlo tornare subito.
L’ingresso nel cortile fu annunciato dal chiasso dei marmocchi. Dal portone della torre, Pietro e la Ilde ammirarono il loro ragazzo. Mauro smontò, corse ad abbracciar la mamma, e il padre lo gratificò con una pacca sulla spalla.
Il Moro, seduto sul suo masso, aveva l’aria di sufficienza del veterano che niente può commuovere, ma le sue dita tormentavano l’impugnatura del bastone. Quando Mauro s’avvicinò gli disse: «Quanti ne hai mandati all’inferno, di’?»
«Moro!»
«Nella mia prima battaglia lasciai in terra tre cavalieri e sette pedoni. Alla fine della giornata mi ero già fatto un nome!»
«Suvvia, Moro, lasciatelo a noi, stasera». Pietro sottrasse il figlio all’ennesimo racconto e lo accompagnò in casa, mentre nella corte giovani e donzelle improvvisavano danze.
Alla cena fu invitato anche il pievano di Santo Stefano ed eccezionalmente vi venne ammesso pure Oddo, che mentre mangiavano raccontò della spedizione, mettendo in risalto il ruolo di Mauro nello scontro sul San Donato, tralasciando però il fatto della difesa dei contadini e la reprimenda di Guglielmo. Il giovane si schernì e tentò a più riprese di sviare il discorso, finché si rivolse al prelato con una richiesta precisa: «Buon reverendo, col permesso di mio padre vorrei affidarvi un incarico».
Sua madre, intenta a ravvivare il fuoco, si fermò.
«Vorrei che presentaste a Bencio bicchieraio la mia richiesta di prendere in moglie sua figlia Berta».
Parlava col prete ma guardava suo padre, ansioso di averne l’approvazione. Pietro lanciò uno sguardo alla sua Ilde, che aveva ripreso a stuzzicar le braci e sorrise non vista. Poi annuì: «Mi sembra una buona idea. Anche se non hanno blasoni di nobiltà, Bencio e sua figlia son persone ammodo».
Gli occhi di Mauro brillarono.
«Anzi» proseguì Pietro «vi pregherei di invitarli una domenica qui da noi: discuteremo la cosa davanti a un buon arrosto».
Sorrisi pacche e complimenti si sprecarono, finché Pietro congedò tutti: «Adesso è ora di coricarci. I nostri cavalieri sono stanchi e vorranno riposare».

Il mattino dopo di buonora Pietro spalancò la finestra su una splendida giornata, per vedere il suo Mauro cavalcare solitario verso la Torraccia, il severo rudere di un’antica torre di comunicazione, ai margini dei boschi del Guarniente.
Da lassù si dominava la piana, chiusa in fondo dai colli di Arezzo.
Decise di raggiungerlo.
«Padre, ieri sera Oddo non ha raccontato tutto, della nostra spedizione, ed è opportuno che sappiate quello che avvenne alla fine dello scontro».
Naturalmente dopo cena il fedele Oddo aveva riferito al padrone i particolari omessi in pubblico e quindi Pietro conosceva l’intera storia, ma lasciò continuare il figlio, che gli narrò di come s’era opposto alla profanazione della chiesa ed avesse poi tenuto testa a Guglielmo che lo accusava di indisciplina. Alla fine approvò, e insieme sedettero a guardare la loro città così inquieta, in cui avevano deciso di fondare la propria casa, atto di fiducia verso un futuro che non sembrava per niente sereno.
Un galoppo li fece voltare: un cavaliere col vessillo dell’Abbazia di Campoleone, due leoni affrontati a sostener la croce, cercava proprio di loro. Il suo aspetto era inquietante: Mauro fece caso al suo naso adunco, quasi un becco di corvo, alle orecchie aguzze come quelle del pipistrello, ai denti canini, così lunghi da mettere i brividi ogni volta che apriva bocca, alle mani infine, dalle dita affusolate senza essere eleganti, e al vezzo di lasciar crescere le unghie, sozzo ricettacolo di sporcizia. La bianca croce cucita sulla nera veste monacale completavano una figura che l’abbozzo d’un sorriso rendeva ancor più sinistra.
«Vengo dal convento del Murello ed ho l’incarico di avvertire tutti, nella zona, che per questo pomeriggio il Podestà ha di nuovo convocato il popolo alla Platea Communis».
«Ancora! Prima Siena, poi il Valdarno. E adesso?»
«Il messaggio finisce qui, ma c’è gran fermento: qualcuno vorrebbe attaccare il castello di Civitella!»
«Vieni, torniamo verso casa».
Mentre scendevano Pietro aggiornò il figlio sugli ultimi sviluppi: «Vedi, pare che il Vescovo abbia voluto la spedizione all’Ancisa solo per convincere i Fiorentini a trattare»
«Una trattativa?»
«Niente di ufficiale, ma girano delle voci. I soldi non mancano certo, alla città del fiore e dei fiorini»
«Guglielmino non venderà mai la città!»
«La città no, semmai i suoi castelli del Casentino»
«Ci son davvero dei contatti?»
«Mistero. Sta di fatto che Guglielmino non è in città. Dopo che l’esercito è partito, l’altro giorno, il Vescovo si è ritirato nel suo castello di Civitella, alimentando i sospetti»
«Sentiremo»
«No di certo. Noi non andremo alla convocazione»
«E perché mai?»
«Son faccende intricate e non è saggio farsi coinvolgere prima di capire le reali intenzioni di chi ci comanda. Andare vuol dire mettersi contro il Vescovo. Aspettiamo e vedremo»
«Io pensavo...»
«Di andare a trovare Bencio bicchieraio, non è vero?» Pietro aveva indovinato una volta di più i pensieri del figlio. «Faremo piuttosto così: come ho detto ieri sera, inviteremo la tua Berta e suo padre. Tra una settimana è l’Annunciazione e alla Pieve di Classe c’è il passaggio delle greggi. I pastori che tornano di Maremma fanno tappa lì per la benedizione degli animali. Quale occasione migliore per stabilire il vostro fidanzamento? Penserà il pievano a fare gli inviti, come gli hai chiesto ieri».

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