giovedì 2 aprile 2020

EPISODIO 17 - CHIAMATA ALLE ARMI



La Platea Communis, chiamata volgarmente piazza del Comune, era il cuore pulsante della città. Sull’ampio sterrato in marcata pendenza s’affacciavano l’imponente Palazzo del Popolo, quello del Comune di recente costruzione, l’abside della Pieve di Santa Maria ed alcune nobili case-torri. Vi si svolgeva il mercato e vi si tenevano le assemblee cittadine.
Quel giorno la folla aspettava l’annuncio delle decisioni prese.
Il Podestà Guido Novello e il Capitano Buonconte da Montefeltro apparvero sul loggiato del palazzo comunale.

Il discorso del Podestà fu breve e pratico. Ricordati i motivi della guerra contro Firenze, indicò a tutti la fila di tavoli schierati nell’angolo della piazza proprio sotto il loggiato, dove i notai erano pronti a registrare gli arruolamenti di cavalieri e pedoni e le forniture di armi, muli, attrezzature e vettovaglie che ciascuno era in grado di provvedere per la riuscita della spedizione.
In breve gli uomini formarono delle file, mentre le donne facevano capannello nel lato opposto della piazza, intorno alla fontana prossima all’abside della Pieve. Le operazioni notarili furono rapide e prima di vespro l’esercito aretino era fatto.
Quando la Ilde, dalla sua postazione alla finestra della camera del figlio, vide arrivare i suoi uomini, era ormai quasi buio. Le notizie viaggiano più veloci dei cavalli e a Muciafora si conoscevano già le novità della giornata. Quella volta scese ad accoglierli fino al portone della torre, li vide entrare nella corte e smontare, circondati dal piccolo popolo del castello. Sentì Pietro dare ordini agli armati e agli stallieri: la mattina dopo Oddo ed altri due armati avrebbero accompagnato Mauro nella spedizione, seguiti da due servi su un carro con le provviste e l’attrezzatura militare.
Vide il suo Mauro agitato ed emozionato, spavaldo ma con un leggero tremolio nella voce, ed ebbe un brivido.
Finalmente i due uomini le si avvicinarono, e lei mormorò: «La cena è pronta».
Dopo mangiato salì nella camera del figlio a preparargli la veste per l’indomani, sistemando braghe camicia e mantello sul coperchio d’un baule. Il resto dell’abbigliamento era già pronto nell’armeria: il farsetto imbottito, l’usbergo di maglia di ferro, la corazza a placche, e poi ginocchiere schinieri guanti e scarpe metalliche, e infine la sopravveste con i colori di famiglia, insieme all’elmo a staro, allo scudo di suo padre e alla serie completa delle armi, dalla lancia alla mazza ferrata, dalla spada a doppio taglio alla corta daga; non mancava neppure un’ascia a manico corto ed uno spadone a due mani, lascito di suo nonno Mauro.
Poi s’affacciò sul cortile e li vide, padre e figlio, intenti a parlare col vecchio Moro.


Il castello di Montevarchi sorvegliava l’antica via Clodia, la strada maestra che da Arezzo portava a Firenze costeggiando l’Arno a mancina, pressappoco a metà percorso tra le due litigiose città, distanti ognuna ventidue o ventitre miglia. Era tenuto da una guarnigione fiorentina, ma gran parte della valle era dominio di tre famiglie ghibelline: gli Ubertini, parenti del vescovo Guglielmino, i Pazzi loro consorti e il ramo di Poppi dei conti Guidi, che è come dire il Podestà di Arezzo Guido Novello.
Sotto al castello c’era un mercatale, luogo di commerci nei periodi di pace e di accampamento per eserciti nelle frequenti spedizioni militari.
E’ lì che arrivò Mauro con l’oste aretina, in una sera umida di marzo, dopo una marcia di quasi dieci ore.
Insieme a Oddo montò le tende, mentre i due servi provvedevano al fuoco e a sistemare cavalli e muli.
Intorno, altri cento bivacchi illuminavano scene simili: i veterani si riconoscevano e si salutavano, qui si faceva capannello intorno ai dadi, più in là si raccontavano storie di battaglie.
Mauro era come stordito dalla confusione.
Nell’attività del campo notò i segni della gloria, nelle insegne dispiegate, nel luccichio delle armi, nei superbi cavalli da guerra, nei padiglioni di comando. Non gli sfuggirono però spunti d’abbrutimento, nelle risa sguaiate, negli accenni di lite, negli ubriachi che vagavano tra i bivacchi, negli stracci che coprivano molti pedoni.
«Il giovane di casa Mauri è pensieroso?» L’improvvisa voce alle sue spalle lo fece trasalire.
La testa piuttosto grossa di Guglielmo dei Pazzi faceva vanto d’una capigliatura folta pur se canuta, raccolta in una lunga coda che ricadeva sulle spalle. Aveva più di sessant’anni ma pareva conservare intatta la forza giovanile.
«Bravo! Osservate e imparate» aggiunse, «domani potrete farvi onore!» Così sentenziando allentò le redini e andò ad offrirsi all’omaggio di altri bivacchi.
«Senti chi parla di onore!»
Nuovamente Mauro sobbalzò, poi riconobbe Boso degli Azzi, accompagnato da Gorino, suo scudiero e tutore. Negli occhi del nobile c’era lo stesso velo di tristezza e la mobilità inquieta della famosa sera nella taverna del Calderaio, due anni prima.
«Sapete come lo chiamano? Guglielmo Pazzo! Pazzo lui e pazzo suo padre Ranieri, pazzi di nome e di fatto! Fatevi raccontare cosa capitò trecidi anni fa al borgo di Castelnovo». Ciò detto, salutò con un gesto della mano e si diresse alle proprie tende.
Allora il giovane chiese lumi a Oddo, che stuzzicava le braci ma non perdeva d’occhio il suo padrone.

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