giovedì 16 aprile 2020

CAPITOLO 25 - LA RIVOLTA RIESCE !


Mentre Presentino si dava da fare per salvare dal linciaggio il povero dottor Valdambra, nel Palazzo dei Priori Pierantonio Lambardi, lo Sfregiato, s’affannava a spiegare al messo del Commissario che il tumulto era nato a seguito dell’arresto di Antonio detto Nerone da Pantaneto, che godeva d’immunità quale membro del Collegio. Il Commissario, infatti, dal suo rifugio sicuro in Cittadella gli aveva mandato un notaio a chieder ragione dello sconquasso e ad intimargli di sedarlo subito. Ora il notaio gli stava davanti in atteggiamento dimesso, scusandosi quasi per l’ingrato compito che gli era toccato.

L’Aretino è orgoglioso, gli spiegava il Lambardi, la città, benché sottomessa, non sopportava che si calpestassero impunemente le prerogative concesse dagli accordi. Se piuttosto il Commissario avesse fatto conoscere per tempo al Gonfaloniere le ragioni del provvedimento, di sicuro non si sarebbe fatto tanto rumore, ed anzi non gli sarebbe mancata la sua collaborazione per punire il colpevole. Che se invece Nerone fosse innocente, allora toccava al Commissario spiegare i motivi d’un tale abuso, e solo il rilascio poteva placare il tumulto. D’altra parte cosa poteva fare un Gonfaloniere di fronte ad un intero popolo in rivolta? Il messo riferisse pure al Commissario che lo stesso Gonfaloniere e tutti i Priori sarebbero andati volentieri loro ad incontrarlo in Cittadella per chiudere l’incidente, se non avessero temuto di far aumentare con questo la furia del popolo. Lo pregavano quindi di voler lui venire al Palazzo dei Priori, dove si sarebbe chiarita ogni cosa.
A dirla tutta, avuta notizia dell’arresto di Nerone, lo Sfregiato s’era sentito perso: se veniva fuori il suo nome, nella posizione in cui era, non ci avrebbero pensato due volte ad impiccarlo. Il vortice dei suoi pensieri ricalcava a distanza quello del Roselli e del Visdomini e sfociava in una sola domanda: come salvarsi? Poi sentì della chiusura delle Porte e pensò di non aver più via di scampo. Udito però che la folla usciva dalle case e si ammassava alla Porta di Santo Spirito, gli balenò l’idea folgorante di far suonare la Campana civica: sapeva che i rintocchi avrebbero scatenato un tumulto senza speranza, del quale però avrebbe potuto presentarsi come paciere, salvando così la faccia agli occhi dei Fiorentini. E se invece la rivolta avesse prevalso, la si poteva sempre cavalcare.
Presentino arrivò a mischiarsi alla folla vociante che gremiva la piazza dei Priori in tempo per vedere il Commissario Guglielmo de’ Pazzi entrare nel Palazzo, seguito dal Capitano di Giustizia Alessandro Galilei.
Non è da pensare che i due si fidassero del Gonfaloniere e delle sue parole. Pure avevano accolto l’invito del Lambardi, un po’ per la prospettiva di risolvere pacificamente la cosa, confidando nel fatto che la congiura era ormai scoperta, un po’ perché non disponeva di un numero di armati sufficiente ad imporre l’ordine con la forza, un po’ infine illudendosi che sarebbe bastata l’autorità della loro presenza.
In effetti, entrando nella sala le loro speranze sembravano prendere decisamente corpo. I Priori stavano contestando al Gonfaloniere d’aver fatto suonare la Campana senza averli prima avvertiti, ponendoli ora davanti ad una situazione che poteva sfuggir loro di mano da un momento all’altro.
All’apparire dei due Fiorentini, le recriminazioni cessarono di colpo ed ognuno guadagnò il proprio scranno, ma l’imbarazzo era palpabile, mentre il Lambardi si alzava in piedi per ripetere il discorso fatto poco prima al messo.
Appena tornò a sedersi, il Commissario assunse un’aria contrita e si scusò per non aver saputo che l’accusato fosse membro del Collegio, ed assicurò di non aver avuto intenzione di ledere alcun diritto della città.
«Ma questo caso è così alto, signori, da togliere a messer Antonio da Pantaneto qualsiasi immunità. E perché mai, altrimenti, mi sarei precipitato qui dal Borgo San Sepolcro viaggiando di notte e con quel tempaccio? Me ne stavo là, come sapete, per sorvegliare le mosse di Vitellozzo, ed ecco che vengo a conoscenza d’una congiura per togliere Arezzo alla Repubblica e darla proprio allo stesso Vitellozzo. E chi c’è a capo della congiura? Sì, signori, esattamente colui che chiamate Nerone!»
  La meraviglia del Lambardi a queste parole non poteva apparir più sincera.
«Nobile Guglielmo, la notizia che ci date è tanto grave quanto incredibile. I Priori ed io non solo ne siamo dispiaciuti, ma vorremmo aiutarvi a portarne alla luce ogni particolare e a castigare come si meritano i delinquenti che hanno concepito un simile disegno».
Stavolta una meraviglia vera si dipinse sul volto di quelli tra i Priori che erano partecipi del trattato, e sapevano bene che proprio il Lambardi ne era in realtà a capo. Più d’uno lo fissò come un vile che si preparava al tradimento.
Il Gonfaloniere non se ne curò: «Se voleste far condurre qui Nerone e Marcantonio, sapremmo noi come farli parlare e ritorcere contro di loro l’ira del popolo».
Il richiamo al tumulto in atto fece sì che il Commissario ponesse di nuovo orecchio al vociare sempre più inferocito che arrivava dalla piazza. Fra le grida indistinte e gli insulti contro Firenze e lui stesso, rimbalzavano spesso le parole Nerone! e pane! e libertà! e grani! Come sappiamo, infatti, la gente d’Arezzo s’era persuasa, grazie alle parole di Presentino, che l’arresto di Nerone fosse dipeso dal tentativo di difendere le derrate alimentari. Guglielmo pensò che quando tutto fosse finito avrebbe dovuto convincere i Dieci di Balia a prender provvedimenti per migliorare le condizioni di vita di quei disperati. O ad ingrossare di molto la guarnigione fiorentina. Ma per ora occorreva quietare la folla, e forse la via proposta dal Lambardi poteva funzionare: perlomeno quegli arrabbiati si sarebbero scannati tra di loro.
Un cenno al Capitano di Giustizia fu sufficiente perché costui ripartisse verso la Cittadella a prelevarne i prigionieri.

Quando il popolo vide apparire Nerone, la rabbia collettiva si mutò in entusiasmo.
«Viva! Bravo! Tieni duro! Pane! Pane!»
«Nerone, difendi i nostri figli!»
«Nerone! Nerone!»
Non sentivo altro che il suo nome acclamato da tutti. Accidenti che sensazione preoccuparsi per qualcuno!
Una sola volta avevo provato qualcosa di simile, e fu quando, ancora bambina, guardavo mia madre che stava morendo nel partorire il suo ultimo figlio. Per fortuna lei non morì. Morì invece il neonato. Stetti male, allora, nel vederla sul letto, disfatta, bianca, sudata, col respiro che s’era fatto un rantolo e le occhiaie vuote.
Stavo male ora nel vedermi sfilare davanti Nerone, con la camicia macchiata di sangue e la bocca tumefatta dalle percosse. Pressata dalla folla, m’ero fatta largo con la mia cesta sotto braccio ed avevo conquistato un posto vicino al portone. Quando gli armigeri aprirono un varco per far passare i prigionieri mi ritrovai in prima fila.
Il mio eroe veniva a piedi, legato dietro un cavallo e così malconcio da somigliare ad un cristo flagellato, ma per lo sguardo fiero e la forza delle sue braccia pareva fosse lui a condurre, da terra, il destriero. Pensai che me lo avrebbero ammazzato, per quel suo orgoglio, prima ancora di poterlo conoscere davvero. Pure non capivo come s’era messo in quella situazione.
In una delle ultime visite in San Francesco, mentre mi guardavo intorno alla sua ricerca facendo finta di pregare, avevo incontrato Baccio, il ragazzo suo amico.
M’aveva sorriso e s’era avvicinato. «Cose grosse!» m’aveva detto con entusiasmo. Poi, abbassando la voce e portandosi il dito davanti alla bocca: «Il nostro Nerone sta per liberare Arezzo, e io sarò con lui, me l’ha promesso!»
Non ne sapevo niente, dei rapporti tra Aretini e Fiorentini. In convento certe cose non entrano, e al mio arrivo la città m’era parsa ben misera, ma non peggiore degli squallidi vicoli romani o delle vie di Pisa assediata.
Baccio m’aveva parlato confusamente d’una congiura, raccomandandomi il silenzio, con un’aria da cospiratore assai buffa in un ragazzo così giovane. Confesso di non averci capito granché e di non aver dato peso a quelle che credevo fantasticherie.
Adesso Nerone mi passava davanti in catene, voltandosi a destra e a manca e dispensando sorrisi come un Capitano condotto in trionfo, convinto che il tumulto fosse tutto per lui, e per la causa di Arezzo.
«Se mi ammazzano» gridò prima di venir sospinto dentro il portone, «affido a tutti voi l’impresa!»
«Non morire!» gli urlai mentre spariva, e la cesta ancora una volta mi cadde dalle mani.

Prima della morte un nuovo interrogatorio aspettava Nerone, condotto al cospetto del Commissario e dei Priori, e il nocciolo della questione era quella maledetta storia del cugino.
«Ma come vi devo dire che ho davvero un cugino in Città di Castello? L’unica mia colpa è di aver chiesto al qui presente Marcantonio di salutarlo per me, visto che si recava proprio là».
Ma era difficile che una bugia così smaccata risultasse convincente e le domande lo pressarono in una sequela interminabile. Il caldo, reso più afoso dalla cappa nuvolosa che opprimeva la città, stancava tutti, nel salone e sulla piazza.
«Quelli là dentro non cavano un ragno dal buco».
Nofrio Roselli, gli occhi alle grandi finestre ad arco del Palazzo, ebbe un sobbalzo e si voltò a vedere chi gli parlasse all’orecchio.
Il Visdomini, quello strano connubio tra un prete, un politico e un vendicatore con la spada in pugno, lo fissava complice: «I Fiorentini sono nel Palazzo con poca scorta. Basterà entrare con un buon gruppo di uomini decisi e saranno nostri. Se si lascia che tornino a rinchiudersi in Cittadella…»
Il Roselli parve pensarci, ma il prete lo incalzò: «Non c’è via di mezzo. La trattativa è una frottola: se la congiura va a monte ci ammazzeranno tutti. Dobbiamo andare fino in fondo, e il momento di agire è ora. Un’occasione così non ci capiterà più».
Era giusto, per san Donato! Ancora una volta il Visdomini aveva ragione. Bastò un ordine sussurrato e fatto correre di bocca in bocca: una squadra fece irruzione nella corte del Palazzo dei Priori e disarmò i pochi fiorentini. Uno di loro sfuggì alla cattura, schizzò su per le scale ed entrò come una furia nel salone per far rapporto ad Antonio Marignolle, Capitano della Famiglia di Palazzo, il quale a sua volta andò a riferire al Capitano di Giustizia, che infine informò il Commissario sulla nuova situazione. Il Lambardi capì al volo cosa stava succedendo, ma restò incerto sul da farsi. Anche Nerone aveva capito, e di slancio s’affacciò al davanzale del portico che dava sulla corte, mostrando le catene.
«Fratelli miei! Vedete a quel ch’è condotta questa misera città, e noialtri infelici cittadini; che non solo siamo privi della libertà di disporre delle nostre poche e proprie provvisioni e facoltà, le quali di continuo ci vengon tolte con invenzioni di gravezze e calunnie, ma neppure si possono salutare i parenti! Risentitevi, una volta! E mostrate che siete vivi, e siete uomini! E difendete la vostra libertà!» (Visdomini).
Al centro del cortile Nofrio Roselli, circondato dai suoi e ormai convinto che bisognasse andare fino in fondo, alzò la voce ai due fiorentini che nel frattempo erano apparsi nel portico al fianco di Nerone, uno di qua e l’altro di là, come due sbirri: «Non si offenda la persona del Commissario, né del Capitano! Ma sia libero ognuno!»
«Libertà per Nerone!» gli fece eco il coro dei suoi.
«Libertà per Nerone!» gridò il popolo di fuori facendo ressa contro il Palazzo.
«E per conto dei grani» concluse il Roselli, «viva il Leone e viva Firenze!»
Quelli dei Priori che erano consapevoli del trattato e tutti i congiurati, nel salone e nella corte, ruppero allora gl’indugi e si fecero sentire: «Libertà! Libertà! Palle! Palle!»
«Libertà! Libertà! Palle! Palle!»
Il grido, ritmato dalla moltitudine con forza crescente, fece tremare le piccole formelle piombate alle finestre del Palazzo. Adesso tutto era chiaro per tutti: gli Aretini non si schieravano contro Firenze, ma contro la Repubblica e reclamavano il ritorno dei Medici, invocando le sei palle del loro blasone!
Il Visdomini s’allontanò discretamente dalla piazza. Ora poteva rientrare a casa e mettersi a tavola, finalmente.
Soltanto, ripassando davanti alla Pieve, un’ombra gli sfiorò la mente, un pensiero che gli era venuto fin dall’inizio di quella storia e che più volte aveva scacciato: peccato che nessuno riuscisse a immaginare la libertà da sola, pensare alla possibilità che Arezzo tornasse quella d’un tempo, città magari piccola ma padrona in casa sua, senza il giogo della Repubblica ma anche senza quello dei Medici. Peccato esser costretti a scegliere il miglior dominatore. O il meno peggio. Ma queste eran solo le fantasie d’un prete nostalgico. E poi, magari, con la libertà sarebbero tornate le fazioni, e le lotte feroci famiglia contro famiglia, nipote contro zio, cugino contro cugino, causa della nostra rovina. L’Aretino è così: non sa dividere con nessuno la propria libertà. Ognuno è convinto d’essere il più furbo e il più forte. Forse davvero eran meglio i Medici. Forse è meglio un buon padrone che nessun padrone.
Se un buon padrone esiste.
Messer Presentino era quasi a casa, ma sul colle di San Pietro non era ancora finita.
Un sasso sibilò sopra le teste e raggiunse al capo l’incolpevole notaio che, a cavallo, stava ordinando alla gente di disperdersi e tornare alle proprie case.
Il Commissario, infatti, vista la mala parata, aveva giocato l’ultima carta per imporre la propria autorità, mandandolo fuori da solo per far deporre le armi al popolo arrabbiato.
Il sasso, e la mano violenta del beccaio, lo tirarono giù di sella scaraventandolo sanguinante contro il muro del Palazzo, proprio ai piedi della Maria, che arretrò inorridita.
Trascinato dentro dagli uomini del Roselli, venne consegnato agli sgherri fiorentini, che lo portarono a braccia su nel salone, più morto che vivo.
Il Lambardi, che dopo aver snocciolato il suo discorsetto non aveva più aperto bocca, lasciando andare le cose per il loro corso, decise alla fine da che parte stare e prese in mano la situazione. Si grattò le cicatrici sulla guancia e ordinò al Marignolle: «Tenetevi i vostri feriti, Capitano, e portate fuori di qui tutta la Famiglia»
«Subito!» insisté davanti allo sbigottimento dell’uomo. «E non dimenticate di lasciare sul tavolo le chiavi delle Porte di Arezzo: da adesso la città torna libera»
«Non serve che chiediate al Commissario o al Capitano di Giustizia» precisò ancora, visto che il Marignolle non si muoveva ed anzi fissava i suoi superiori. «Loro restano con noi come garanzia di pace. Non vogliamo che si scateni una guerra tra le vie d’Arezzo, vero, messer Pazzi?»
I due restarono muti e increduli di fronte ad un epilogo tanto inatteso della vicenda e al voltafaccia del Gonfaloniere. Alcuni dei Priori li circondarono, costringendoli a sedersi.
Messer Cristofano dei Francucci, uno dei più giovani e dei primi ad esser coinvolti nel trattato, corse ad una delle finestre che davano sulla piazza: «Abbiamo vinto! Arezzo è liberata! Chi era venuto a signoreggiare in paesi altrui ora è in nostro potere! Chi ci ha tolto beni e diritti, ora perderà i propri! Al sacco le loro case! Al sacco!»
Non c’è festa che basti a descrivere l’esplosione di gioia della piazza alle sue parole; non c’è rumore di battaglia che eguagli il frastuono di armi bastoni e pentole battute con forza sulle lastre del selciato; non ci sono grida di fanciulli che inseguano una palla di pezza a pareggiare il chiasso davanti al Palazzo. Chi urla chi canta chi balla chi salta chi ride chi, anche, s’inginocchia e piange.
Nella calca il macellaio si distinse ancora, e non solo per la corporatura: «Riprendiamoci il nostro! Al sacco la casa del Commissario!»
«E anche quella del Capitano!» gli fece eco un altro.
«E di tutti i Fiorentini!»
«E dei traditori amici loro!»
«Al sacco! Al sacco!»
Eccitati dalle loro stesse grida, molti sciamarono dalla piazza, correndo per le stradette ripide e strette: la caccia selvaggia era partita. Il macellaio si guardò intorno: del prete dei Visdomini non c’era traccia. Meglio così.
Mentre il Roselli dava ordine di aprire il deposito delle armi e distribuirle al popolo, il Francucci, afferrate le chiavi delle Porte, lasciò il palazzo scortato da una ventina di uomini, per farvi ritorno un’ora dopo con le casse delle Porte stesse, contenenti i dazi riscossi nella mattinata. Data la chiusura imposta dal Commissario, quelle casse erano ovviamente quasi vuote, ma vederle lì sul tavolo insieme alle chiavi metteva comunque di buon umore: era il segno che l’autorità, adesso, erano loro. Nel suo giro, aveva anche preso in consegna le guardie fiorentine in servizio alle Porte, che s’erano arrese senza opporre resistenza, e le aveva rinchiuse nelle segrete del Palazzo di Giustizia, liberandone gli aretini che vi erano carcerati.
Il Lambardi nel frattempo, messi sotto chiave il Commissario e il Capitano, aveva radunato intorno allo stesso tavolo i Priori rimasti, che ormai eran tutti dalla parte degli insorti, e l’improvvisato Consiglio aveva provveduto a nominare un cittadino per sovraintendere alle Pubbliche Scritture ed uno alla Vendita del Sale.
Non era ancora un governo, ovviamente, ma preparando nella sua mente la rivolta, s’era immaginato che fossero le cose più urgenti da regolare.
Fuori la razzia non conosceva freni. I Fiorentini e quelli compromessi con loro s’eran chiusi in Cittadella, al riparo dalle vendette, lasciando le loro case in balia degli insorti.

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