giovedì 2 aprile 2020

CAPITOLO 18 - LA CONGIURA


In un mattino chiaro di primavera, ai primi di maggio del 1502, Nerone cavalcava in silenzio sulla tortuosa strada che discende la valle del Cerfone, diretto però non a casa sua ma a Città di Castello.
Al suo fianco, muto anch’egli ma con l’impazienza negli occhi, Bernardino Burali. L’uomo entrato di corsa in San Francesco, suscitando la curiosità di Maria e delle altre donne, era lui, e il morto ancora vivo era suo cugino Bernardino Camaiani, quello un po’ armigero un po’ mercante fatto prigioniero l’anno prima da Vitellozzo a Modigliana.

S’erano chiesti, in quel colloquio che Maria non aveva potuto ascoltare, perché Vitellozzo lo avesse risparmiato, e come mai per tutto l’inverno non se ne fosse saputo niente, e la richiesta di riscatto fosse invece arrivata proprio ora, con tanto ritardo.
Nerone aveva consigliato all’amico di confidarsi col Lambardi, che a detta del prete Visdomini era in Arezzo il più informato sulle mosse di Vitellozzo, e che proprio in quei giorni i congiurati erano riusciti a far eleggere alla carica di Gonfaloniere, ma il Burali aveva paura che a metter in mezzo troppa gente si facesse il male del cugino. Dei parenti non si fidava. S’era fatto avanti il suocero del Camaiani, ma era un Tondinelli, gente nuova in Arezzo e partigiani dei Fiorentini.
Non gli restava che Nerone, il quale alla richiesta s’era allarmato: «Non penserai che io disponga dei mezzi necessari a pagare un riscatto»
«No, no. Non ti chiedo questo, ma ho bisogno di qualcuno che mi accompagni e mi sostenga nella trattativa».
Nerone non aveva saputo dirgli di no e adesso cavalcava con l’animo di chi va a ficcarsi nella tana del lupo.
Vi arrivarono a pomeriggio inoltrato, ancora in tempo per cercar notizie del Camaiani. Entrati dalla Porta di San Florido, lasciarono i cavalli nella stalla della prima locanda che videro, s’accordarono con l’oste per la cena e la notte, e si diressero subito verso il palazzo del Podestà.
Nerone teneva dietro all’amico senza troppa convinzione. Il Burali, come gli aveva spiegato per via, intratteneva rapporti commerciali anche in Città di Castello e confidava su queste buone conoscenze.
Si fermarono davanti ad un fondaco, vicino alla piazza del Duomo. Pezze di stoffa di varie qualità erano stese sui davanzali laterali della porta e si intravedevano appese all’interno del locale; rotoli della medesima altezza ma di vario diametro erano appoggiati alle pareti o giacevano sul pavimento di legno. Il Burali mise dentro la testa e dette una voce al vecchio mercante intento a tagliare una pezza di fustagno color della terra, dispiegata sul bancone.
«Ehilà, Biagio, come state?»
Sorpreso dalla voce che non udiva da un pezzo, il vecchio levò gli occhi dal tessuto, sostenne la propria schiena, sfilò dal naso i piccoli occhiali e rispose al saluto con un sorriso che mise in mostra i pochi denti rimasti tra due labbra rinsecchite. «Caro Bernardino, siete voi!? Quanto tempo che non vi si vede! Come volete che stia un vecchio mercante che non riesce più a frenare il tremito delle mani neppur quando taglia? Entrate, entrate. Cosa vi porta a Città di Castello? Sempre in affari, eh?»
«Questa volta no, amico mio» replicò il Burali assecondando il gesto del suo ospite che lo invitava a sedersi su uno sgabello, mentre Nerone rimase prudentemente in piedi sulla soglia. «Son qui per problemi di famiglia, e spero che possiate aiutarmi. Mio cugino si trova in città, prigioniero di Vitellozzo, e vorrei riportarlo a casa»
«Ah, già! Ho saputo d’un aretino catturato a Modigliana, ma non immaginavo fosse vostro parente. Eh, questi Vitelli sono uno più pazzo dell’altro!»
Nerone gettò un’occhiata nel vicolo, mentre Bernardino sussurrava al mercante: «Come potete parlare così? Non avete paura che vi sentano? Mi risulta che i Vitelli siano molto potenti»
«Oh, se è per quello, qui son padroni e niente si fa che non sia voluto o almeno approvato da loro. E devo ammettere che la città prospera. Si fanno affari e si costruiscono nuovi palazzi, ma a me non piacciono lo stesso e lo dico apertamente: troppo prepotenti e un giorno o l’altro saranno la nostra rovina. In città sanno tutti come la penso, anche lor signori, ma mi ignorano o mi sopportano: vengo considerato un vecchio innocuo e senza seguito. Quello che mi fa più rabbia è che hanno ragione. Sul seguito, voglio dire. Vi accorgerete che qui son tutti ai loro piedi».
Nerone si grattò la testa. Se il suo amico sperava aiuto da quell’uomo, non erano certo ben messi. Lo stesso Biagio s’incaricò di dar conferma ai suoi dubbi. «Non posso dirvi che intercederò per voi. Nella mia posizione vi farei del male. Tuttavia non ho solo nemici, in città, e se volete posso farvi ottenere un colloquio col Capitano di Giustizia»
«E’ già qualcosa, Biagio, grazie. Per lo meno potremo capire il motivo di questa prigionia. Mio cugino è un così brav’uomo!»
«Come voi, del resto, amico mio. Ma non vi ho ancora offerto da bere. Immagino che siate appena giunto da Arezzo e un bicchiere di quello buono vi rinfrancherà».
Ciò detto, si allungò verso uno stipo e ne trasse una brocca e tre boccali di legno.
«Grazie, ma vorrei parlare subito col Capitano, se possibile»
«Capisco la vostra fretta, ma per oggi è tardi, ormai. Combinerò per domattina e nel frattempo una buona bevuta non potrà che farci bene».
Il sole basso gettava una scia di luce calda sul vicolo. Nerone s’avvicinò a prendere il suo boccale dalle mani del vecchio, pensando che in effetti ci voleva anche una buona cena.

«Non so dirvi niente del vostro parente. Mi è stato affidato in custodia al ritorno dalla spedizione di Modigliana, con la raccomandazione di trattarlo bene, e vi assicuro che così è stato fatto». Il massiccio Capitano se ne stava piantato in piedi, con l’aria scocciata di chi non ha potuto evitare un colloquio sgradito.
«Ma siete voi che amministrate la giustizia, no? E dunque com’è possibile che tenete un prigioniero senza nemmeno sapere di cosa lo si accusa, e se ci sarà un processo e quando?»
«Calmatevi, messer Burali. La sorte del vostro uomo non dipende da me e non posso dirvi di più»
«Messer Camaiani è cittadino d’Arezzo ed estraneo ai fatti di Modigliana» intervenne Nerone deciso, «ed anche noi lo siamo». Neppure la notte aveva stemperato in lui il fastidio d’una missione che gli si confermava sempre più inutile e suscettibile di diventar pericolosa. Di fronte alla freddezza del Capitano non si trattenne: «I signori di Città di Castello dovranno rispondere di questa detenzione alle nostre autorità, e immagino, per conseguenza, alle autorità fiorentine. Fateci dunque parlare con chi ci possa fornire le risposte che cerchiamo».
Il Capitano replicò duro: «Io non posso farvi avere nessun colloquio. Tuttavia sono in grado di darvi un consiglio: meno polverone fate, e meglio sarà per il prigioniero»
«E dunque cosa ci suggerite?» chiese il Burali con tono più accomodante.
«C’è una sola cosa da fare, in questi casi: avanzare istanza di liberazione ed aspettarne l’esito»
Nerone non ne poteva più, d’una simile pantomima: «Sì, perdio, ma a chi dobbiamo presentarla, codesta istanza? Potete dircelo, almeno questo?»
«Siete un ingenuo o fate finta di esserlo? A chi volete presentarla, se non al signore di questa città?»
«A Vitellozzo?»
«Benvenuti nello stato tifernate. È stato un piacere incontrarvi». Il Capitano compì un rapido giro su se stesso ed uscì dalla sala d’armi senza aggiungere altro, lasciandoli a guardarsi, Nerone arrabbiato e l’altro interdetto.

E interdetto restò lo stesso Nerone quando, il giorno dopo, giunse inatteso alla loro taverna un invito a presentarsi al cospetto di Vitellozzo, nel suo nuovo palazzo di città.
Originaria della Mattonata, il quartiere meridionale del borgo, la famiglia Vitelli aveva cominciato a costruire case e chiese una quarantina d’anni prima, col chiaro intento di render visibile il proprio potere, e quella strana commistione di volontà costruttiva e frenesia distruttrice ancora continuava, dando alla consorteria ogni giorno più forza e ricchezza.
Nerone entrò nella grande sala dietro al Burali, il quale a sua volta seguiva un anziano servo vestito della livrea dei suoi nobili padroni. Vi trovarono schierata una piccola corte. Vitellozzo sedeva al centro della parete di fondo, su di un tronetto di legno intarsiato, dal quale si dipartiva una doppia fila di uomini d’arme, una dozzina per lato, che fissavano i nuovi arrivati con sguardi fieri e un po’ supponenti.
Nerone notò che non c’erano donne, e corresse la prima impressione: più che una corte, pareva un consiglio di guerra. Poi si concentrò sull’aspetto massiccio e sgraziato del padrone di casa. Era la prima volta che lo incontrava, ma sentendo tutte le scelleratezze che si dicevano sul suo conto, se l’era immaginato più o meno come ora lo vedeva: una postura un volto uno sguardo fatti apposta per incutere timore, una persona da cui puoi aspettarti di tutto meno che pietà o comprensione. Nerone si chiese quanto di quella durezza fosse innata, quanto invece atteggiamento voluto, e quanto infine vi avessero contribuito le vicende familiari.
«Bernardino!»
Il grido del Burali lo scosse dal rapido esame. L’amico aveva riconosciuto suo cugino nell’uomo in piedi alla sinistra di Vitellozzo. Rasato, ben vestito e dal consueto aspetto florido, il Camaiani, dopo un’occhiata d’intesa con Vitellozzo, scese i gradini e si fece loro incontro con un largo sorriso, abbracciando il parente.
«Come potete costatare non si sta male, nelle mie prigioni!» Una fragorosa risata dei subalterni sottolineò la battuta di Vitellozzo.
Il Camaiani cercò di dare risposta alle tante domande che non volevano uscire dalla bocca del cugino: «In realtà sono ospite, in questa casa. Oddio, non che ci sia venuto di mia volontà, intendiamoci, ma…»
«Diciamo che il nostro incontro a Modigliana» proseguì per lui Vitellozzo «mi ha fornito un’occasione che non potevo lasciarmi sfuggire. D’accordo, mi sono servito di vostro cugino, e a dire il vero me ne servo ancora. Col suo consenso, però, come sta cercando di dirvi».
Nerone non ci si raccapezzava, e con lui lo stesso Burali: «Continuo a non capire»
«Vedete, avevo bisogno di parlare con voi e con altri Aretini d’un certo rango senza che si sapesse troppo in giro. Mi spiego?»
«Non molto» intervenne Nerone alzando il mento in un moto d’orgoglio, ma ebbe l’impressione che Vitellozzo fosse deluso dalla sua uscita, come se ignorasse qualcosa che invece avrebbe dovuto conoscere.
«Via, non mi direte che in Arezzo non si parla di me e delle mie azioni contro Firenze!»
«Per questo sì, se ne parla. Come vi muovete, lasciate una scia di sangue che vi rende tristemente famoso».
Un mormorio di biasimo accolse l’attacco di Nerone, ma Vitellozzo non si scompose: «Spero che tra codesti tristi ci siano anche i Fiorentini. Non ho abbastanza potere per farmi amare, e allora ho scelto di farmi temere. Sono un condottiero, non un frate: cercate di tenerlo a mente».
Nerone rinunciò a replicare.
«Dunque. Le cose stanno così: con alcuni amici piuttosto potenti ho progettato di liberare Arezzo dal giogo fiorentino».
«Un primo passo verso Firenze, immagino» precisò Nerone.
«Questo, nelle mie intenzioni. Però, vedete, se pure non mi riuscisse aver ragione della Repubblica Fiorentina, sarebbe per me interesse vitale avere tra il mio stato e i mercanti del Giglio una Arezzo di nuovo libera e forte»
«E magari sotto il vostro controllo»
«Mi basterebbe avervi alleati. Ora basta, però. Non voglio rovinare la festa ai vostri amici. Sarà lo stesso Camaiani a spiegarvi tutto, più tardi, e se avrete ancora dubbi potrete tornare a trovarci quando vorrete. La scusa non vi mancherà, dal momento che il vostro parente resterà ancora mio ospite». Fece una pausa. «Ovviamente se lui lo vorrà» concluse con un’occhiata sorniona.
«Beh, cugino» confermò il Camaiani, «lo devo alla nostra famiglia e alla città. E poi» proseguì abbassando la voce, «il rapporto coi Vitelli promette bene, per i nostri affari».
Ma Nerone, che di affari in ballo non ne aveva, voleva vederci chiaro: «Per quanto mi riguarda, non me ne andrò finché non ci avrete detto cos’avete in mente».
Vitellozzo ebbe un moto di stizza che gli provocò un attacco di tosse, soffocato subito nell’ampia manica della veste di seta. Poi finse d’ignorare la pretesa di Nerone: «Come ho detto mi sembra giusto festeggiare l’insperato incontro fra cugini. E siccome non voglio esser di troppo, vi ho fatto preparare un piccolo banchetto in una sala riservata, dove potrete mangiare e bere indisturbati. A presto, signori».
Lasciò il salone riverito dai cortigiani, e il servo in livrea invitò gli aretini a seguirlo.
Poco dopo, intorno ad una tavola riccamente imbandita, il Camaiani riferì loro del trattato di San Casciano, ne illustrò le clausole e fece i nomi degli Aretini coinvolti, gli stessi del resto che Nerone immaginava, almeno per quel che riguardava il prete dei Visdomini e lo Sfregiato dei Lambardi.

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